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Molti si chiedono se alla base dell’invasione dell’Ucraina vi sia un qualche tipo di ideologia chiamata a giustificarla. Forse parlare di “ideologia” in questo caso è eccessivo, ma senza dubbio Vladimir Putin, in questi ultimi anni, si fa guidare da idee e tesi comuni in Russia ai tempi dell’impero zarista, e precedenti alla rivoluzione bolscevica.

Il nuovo zar è indubbiamente influenzato dal “panslavismo”, un movimento che si è sempre battuto per l’unità dei popoli slavi, chiamati a superare le differenze che li dividono per dare vita a una nuova entità che li metta insieme in nome dei valori permanenti che – almeno in teoria – li accomunano.

È senz’altro singolare l’evoluzione di questo ex funzionario del KGB, il servizio segreto della ex Unione Sovietica, che ha evidentemente messo in soffitta la formazione marxista-leninista ricevuta in gioventù per approdare a una visione del mondo diffusa nella Russia quando era ancora governata dall’assolutismo zarista.

Secondo tale visione del mondo Mosca sarebbe la “Terza Roma”, erede della prima (quella classica, latina) e della seconda (Costantinopoli, o Bisanzio). In questo senso Mosca avrebbe il compito non solo di riunificare i popoli slavi, ma pure quello di mettere in rilievo la superiorità della civiltà slava rispetto alle altre. Detta civiltà, fondata comunque sulla supremazia russa, si fonderebbe sui concetti di “ordine” e “religiosità”, da contrapporre al disordine e all’ateismo diffusi, per esempio, in Occidente. Si tratta di un’evoluzione davvero singolare per un uomo che prima difendeva a spada tratta il sistema sovietico, caratterizzato proprio dall’adozione di un “ateismo di Stato” e dalla lotta senza quartiere contro ogni tipo di Chiesa. Inclusa quella ortodossa da sempre maggioritaria sul suolo russo.

Si spiega così l’appoggio totale all’invasione fornito da Kirill, Patriarca di Mosca e di tutte le Russie, nonché capo della Chiesa ortodossa russa. Com’è noto, le posizioni belliciste di Kirill sono state duramente criticate da Papa Francesco. Hanno inoltre rafforzato la scissione della Chiesa ortodossa ucraina, dove il patriarcato di Kiev ha proclamato la sua piena autonomia da quello moscovita già nel 2018.

Gli ortodossi hanno una lunga storia di scissioni e di scismi, e quello ucraino è solo l’ultimo in ordine di tempo. Kirill non ha tuttavia modificato le proprie posizioni. A suo avviso l’invasione putiniana è pienamente giustificata dalla necessità di combattere la decadenza che pervade l’Occidente. Che sarebbe causata, tra l’altro, oltre che dall’ateismo, dall’influenza crescente che in esso hanno assunto i movimenti gender e LGBT. Per il patriarca di Mosca la difesa dei gay è del tutto contraria alla fede cristiana. Tesi che Putin ha condiviso pubblicamente in molte occasioni.

Occorre tuttavia chiedersi se il panslavismo poggi davvero su solide basi. Non sembra, perché – per fare un solo esempio – russi e polacchi si considerano nemici da sempre. E anche il tentativo di riunire gli “slavi del Sud” nella ex Yugoslavia è poi fallito, giacché serbi, croati, sloveni etc. si sono massacrati a vicenda dopo la morte di Tito. In tutti questi casi il nazionalismo ha prevalso sul panslavismo, adottato soltanto da ristretti circoli di intellettuali.

Tuttavia il panslavismo con supremazia russa sposato da Putin va preso sul serio, poiché fornisce una base teorica ai sogni imperialisti del leader del Cremlino. Per lui la strenua resistenza che gli ucraini hanno opposto all’invasione è stata una sorpresa, dal momento che nella sua mente russi, bielorussi e ucraini sono un popolo unico, che non deve essere diviso da confini interstatali. Non sappiamo se Putin abbia avuto una crisi di resipiscenza dopo le difficoltà che l’invasione ha incontrato. Parrebbe di no, considerate le sue ultime mosse.

A tutto ciò va aggiunto un altro mito caro a Putin, quello della “Eurasia”, l’ipotetica entità che dovrebbe riunire Europa e Asia (o almeno quella ex sovietica). Pochi giorni orsono Dmitrij Medvedev, ex presidente russo e membro del ristretto circolo putiniano, ha sottolineato la necessità di creare una “Eurasia” che parta da Lisbona per arrivare fino a Vladivostok, il porto russo che si affaccia sull’Oceano Pacifico proprio di fronte al Giappone. Entità davvero difficile da realizzare e che, sicuramente, non sarebbe vista con favore dalla Cina, che ritiene gli immensi territori asiatici conquistati dagli zar nei secoli scorsi come rientranti a buon diritto nella sua sfera d’influenza. Di tutti questi elementi l’Occidente deve tener conto se vuole contrastare con efficacia, anche sul piano culturale, le mire egemoniche di Vladimir Putin.

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