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L’On. Violante non ricorda affatto che Mori gli abbia fatto cenno del proposito di informare il nuovo procuratore. E Caselli, a sua volta, anche dinanzi a questa Corte ha ribadito di avere appreso di quei contatti, per la prima volta, solo dalla viva voce di Vito Ciancimino in occasione di uno degli interrogatori resi alla procura di Palermo

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci delle motivazioni della sentenza di secondo grado del processo sulla trattativa stato-mafia.


Tale circostanza introduce a un ulteriore rilievo critico sull’attendibilità delle giustificazioni addotte dal Generale Mori. Ed invero, se la scelta di tacere fosse stata determinata dal clima di sospetto e diffidenza verso il procuratore capo di Palermo, ma anche diversi magistrati del medesimo ufficio, originato dalle determinazioni finali adottate in ordine all’indagine mafia e appalti compendiata nel rapporto del Ros deI 16 febbraio 1991 (effettivamente destinata ad essere archiviata per la maggior parte degli indagati, fatta salva la richiesta di rinvio a giudizio per sei di coloro che erano stati già attinti da misure custodiali, tra i quali Angelo Siino), allora gli odierni imputati ex ufficiali del Ros, ed in particolare il colonnello Mori che già vantava un rapporto di conoscenze e stima reciproche con il doti. Giancarlo Caselli, non avrebbero avuto alcuna remora a mettere il nuovo procuratore capo al corrente della loro iniziativa e ad aggiornarlo sui suoi possibili sviluppi.

E infatti è proprio quello che Mori dichiara di avere detto all’onorevole Violante: si riprometteva di parlare dei contatti intrapresi con Ciancimino con il nuovo Procuratore, non appena questi si fosse insediato […]. E lo fece, sempre a suo dire, già quando ebbero ad incontrarsi il 10 gennaio 1993.

Gli fa eco De Donno, il quale al processo Mori/Obinu ha confermato che se non fosse sopravvenuta la strage di via D’Amelio, il loro referente naturale nella gestione della “collaborazione” di Vito Ciancimino sarebbe stato il dott. Borsellino, ma, dopo l’arresto di Ciancimino, attesero che s’insediasse il nuovo procuratore per andare subito a raccontargli la faccenda di Ciancimino.

E già nel memoriale presentato prima alla procura di Firenze (1° agosto 1997), e poi alla procura di Caltanissetta (23 settembre 1997), Mori aveva sostenuto di avere edotto, sia pure informalmente, dell’intera vicenda il nuovo procuratore di Palermo, dott. Caselli, appena ricevuta la notizia che Ciancimino chiedeva un incontro con lo stesso Generale Mori e con De Donno; e di avere concordato con il Procuratore di procedere a un colloquio investigativo: «nel gennaio 1993, non ricordo se prima o dopo la cattura di Salvatore Riina (15 gennaio 1993), fui contattato dall’avv. Giorgio Ghiron, difensore di Ciancimino Vito, il quale mi comunicò che il suo cliente desiderava incontrare me e il capitano De Donno.

A questo punto resi informalmente edotto di tuta la vicenda il procuratore della Repubblica di Palermo, dr. Giancarlo Caselli, e concordai con lui la richiesta di un colloquio investigativo con Ciancimino».

Tale versione però è andata incontro ad una duplice smentita.

Violante non ricorda affatto che Mori gli abbia fatto cenno del proposito di informare il nuovo procuratore. E Caselli, a sua volta, anche dinanzi a questa Corte ha ribadito di avere appreso di quei contatti, per la prima volta, solo dalla viva voce di Vito Ciancimino in occasione di uno degli interrogatori resi alla procura di Palermo dopo che il colonnello Mori, reduce da un colloquio investigativo debitamente autorizzato con lo stesso Ciancimino, gli aveva anticipato che l’ex sindaco di Palermo aveva manifestato la sua disponibilità ad essere sentito dalla Procura della Repubblica di Palermo e a collaborare con i magistrati.

La testimonianza di Giancarlo Caselli

Il dott. Caselli ha reso sul punto una testimonianza tanto più affidabile perché, nuovamente esaminato per confermare o meno quanto asserito dal colonnello Mori nelle sue dichiarazioni spontanee dell’ 8.09.2026, ha dimostrato di avere un ricordo nitido delle circostanze e del modo in cui era venuto a conoscenza dei pregressi contatti di Ciancimino con gli ufficiali del Ros e anche dell’incontro del 10 gennaio con il colonnello Mori, che ammette di avere avuto, dicendosi però certo che, in occasione di quell’incontro, non gli fu fatto il minimo cenno a Ciancimino.

Il teste ha tenuto anzitutto a puntualizzare che, a sua memoria, solo a distanza di 23 anni Mori ha segnalato per la prima volta di aver avuto con lui già alla data del 10 gennaio 1993 un’interlocuzione sui suoi contatti con Vito Ciancimino. Ha poi ammesso che in effetti quei giorno si incontrarono a Torino, ma per tutt’altre ragioni, ribadendo che non si parlò affatto di Ciancimino.

Quello con Mori avrebbe dovuto essere solo un incontro conviviale, in vista dell’ormai imminente insediamento, e non — come asserito da Mori — una sorta di briefing per fare il punto della situazione che avrebbe trovato a Palermo.

Ma poi l’incontro prese una piega imprevista perché su tutto prevalse l’urgenza di affrontare le questioni operative legate alla rivelazione dei generale Delfino secondo cui i carabinieri avevano arrestato in quel di Borgornanero un mafioso che era stato molto vicino a Totò Riina e che aveva manifesta la disponibilità a collaborare con la giustizia e a fornire notizie preziose per la cattura del capo di Cosa nostra.

E lo stesso Caselli, oltre a mettersi in contatto con il dott. Aliquò, reggente della Procura della Repubblica di Palermo, ritenne di doverne investire il vicecomandante del Ros per ogni eventuale sviluppo operativo e quindi sollecitò il Generale Delfino a convocare pure Mori («Quando arrivo da Delfino e Delfino mi dice che Di Maggio sembra essersi aperto a una collaborazione, dico subito al Generale Delfino per favore convochi Mori, convochi Mori…»).

Nega però che Mori, una volta giunto presso l’ufficio del generale Delfino, abbia saputo “anche” dell’arresto di Baldassare Di Maggio, come se fosse stato solo uno degli argomenti trattati […]. Al contrario, era proprio questo lo scopo dell’invito a raggiungerlo dal generale Delfino, ed esclusivamente di questo si parlò: del Di Maggio e della possibilità di pervenire alla cattura di Riina, senza che residuasse né lo spazio né il proposito di trattare altri argomenti.

E nient’altro, in quel momento, poteva interessargli, se non lavorare alacremente ad organizzare il necessario per concretizzare quella possibilità […]. D’altra parte, a quella data, Vito Ciancimino era già al sicuro nelle patrie galere. Il suo arresto era stato abbastanza clamoroso e salutato con sollievo e soddisfazione (“fine dell’impunità, finalmente”). Ed allora, per quale ragione Mori avrebbe dovuto parlargli ancora di Ciancimino e di un tentativo di approccio confidenziale una volta che oserei dire, finalmente era stato associato alle patrie galere?.

Non si vede infatti quali sviluppi potesse avere, ora che Ciancimino era in galera, un rapporto confidenziale che non s’era perfezionato neppure quando era in libertà. E allora, di quali sviluppi Mori avrebbe potuto informarlo o aggiornarlo? Ormai Ciancimino era in carcere, e la partita era chiusa. Mori non aveva alcun motivo di prospettargli un possibile rapporto “confidenziale” con un signore che ormai come confidente era finito, finito perché era finito in galera. E questa incongruenza della ricostruzione di Mori getta un’ombra su tutta la sua versione dell’accaduto […].

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