Decisioni più veloci, così i giudici possono aiutare le imprese

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Accade spesso che alcune decisioni giudiziarie o gestioni riconducibili al mondo giudiziario (si pensi a talune sentenze riguardanti l’Ilva oppure a certe amministrazioni giudiziarie penali) siano additate dall’opinione pubblica e anche dal mondo politico come macigni che pesano negativamente sull’economia italiana, endemicamente fragile e, oggi, pandemicamente fragile. Questo può accadere per due ordini di motivi molto diversi: da un lato, l’incompetenza nelle materie economiche di chi deve decidere o gestire un’impresa sotto sequestro che è una cosa in parte patologica; dall’altro – ed è cosa fisiologica – la naturale aderenza della sentenza al singolo caso di specie per quella specifica questione, quel preciso aspetto che vengono portati nelle aule di un tribunale. L’incompetenza patologica può essere affrontata con idonea formazione di chi deve decidere (non solo i giudici) e con idonee regole e procedure (penso al mondo delle amministrazioni giudiziarie, regolato poco e male, e a mezzo di tonnellate di ipocrisia). Quel che invece è insuperabile riguarda proprio l’aspetto fisiologico: la sentenza non può essere “di sistema”, perché risolve aspetti particolari, ed è la legge, o il regolamento, o il programma politico che sono, o dovrebbero, essere “di sistema”.
Ciò detto, il magistrato oggi può essere d’aiuto per l’economia, in vari modi. Innanzitutto, rendendosi particolarmente sensibile alle esigenze socio-economiche di un certo periodo e di un dato contesto e sforzandosi di assicurare tempi veloci di risoluzione della controversia, anche proponendo idonee strade conciliative. Ma – lo ribadisco ancora una volta – potrà assolvere a questo compito solo di fronte a carichi di lavoro ragionevoli. Inoltre, il magistrato può e deve sempre adottare decisioni che tengano conto dei vari aspetti socio-economici sottesi a una controversia: questo vale soprattutto per le misure cautelari in sede civile come i sequestri d’azienda. Ma un ruolo decisivo lo riveste – nonostante leggi e regole d’ogni sorta tentino di mortificarne funzione e ruolo – il giudice civile delle procedure fallimentari e di composizione delle crisi economiche, e quello delle imprese. Si tratta di materie nelle quali la decisione giudiziaria e la gestione complessiva di una procedura che dura mesi e anni tendono ad avvicinarsi a qualcosa, appunto, di “sistemico”, cioè di più vasto della decisione della singola controversia: in questa ambizione “sistemica”, il magistrato deve essere il propulsore dell’emersione della verità, da un lato, e il compositore di interessi in competizione tra di loro, dall’altro. L’imparzialità e l’indipendenza dell’ordine giudiziario, sotto questo aspetto, costituiscono un’arma formidabile: a differenza del potere amministrativo, delle sue gerarchiche prudenze e della faticosa assunzione di responsabilità che in esse si annida, il giudice civile, quale assuntore diretto di responsabilità nel prendere decisioni col suo nome e cognome, può davvero promuovere il risanamento delle imprese in crisi oppure la liquidazione equa di quelle che non possono più riprendersi. Ho sempre pensato che farebbe un gran bene alla magistratura e al potere esecutivo lavorare insieme ai tavoli di crisi aperti presso il Ministero dello Sviluppo Economico (un Ministero chiave, di cui ormai non si sente più parlare): tenendo ben distinti i ruoli rispettivi e le rispettive competenze, i giudici potrebbero godere di una visione d’insieme capace di favorire decisioni più strutturate, più oculate e anche più empatiche, ma coloro che siedono ai tavoli ministeriali potrebbero a loro volta godere del portato insostituibile dell’esperienza giudiziaria, di uno sguardo imparziale e indipendente e spesso più essenziale e risolutivo. Probabilmente, nei mesi che verranno un tavolo strutturato di confronto permanente tra rappresentanti delle categorie produttive, giudici del diritto dell’economia e Mise potrebbe essere luogo di una cabina di regia fruttuosa: per farla, ci vogliono idee e persone. Auspico che le une e le altre non manchino a questo Paese.

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