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Roma, 24 dic – La Barrington Gitfs è un’azienda a gestione familiare che produce beni di lusso e che 22 anni fa ha deciso di spostare la sua produzione in Cina al fine di trarre vantaggio dal basso costo dl lavoro del gigante asiatico. Una decisione affatto sorprendente visto che negli ultimi trent’anni molte imprese manifatturiere hanno seguito la stessa strada. La sorpresa sta nel fatto che adesso questa azienda americana vuole trasferire la sua produzione dalla Cina agli Usa, iniziando a produrre i suoi beni di lusso a Dallas. Un esempio importante di rilocalizzazione.

Rilocalizzazione Made in Usa: i motivi di un fenomeno in crescita

I motivi di questa scelta sono tanti, ma i principali sono essenzialmente due: l’aumento del costo del lavoro in Cina e i dazi imposti dall’amministrazione Trump nel 2019 sulle merci cinesi. Se in passato i costi del lavoro nella nazione asiatica erano bassissimi, adesso i salari sono saliti enormemente e molti giovani cinesi sono restii a lavorare in fabbrica. Se a questo si aggiungono gli alti costi di trasporto, le chiusure causate dalla pandemia e i dazi del 25% sulle merci provenienti dal Paese asiatico volute da Trump, è chiaro che per i proprietari della Barrington produrre in Cina non appare più così conveniente.

Quella della Barrington non è peraltro un’eccezione, sono anzi diverse le grandi imprese manifatturiere – non solo americane – che stanno facendo ritorno negli Stati Uniti. Sempre nel campo del lusso, la Louis Vuitton ha aumentato il numero di lavoratori nella sua fabbrica di borse vicino a Dallas da 150 a 300. Proprio a Dallas, dove fino alla fine degli anni Ottanta esisteva un distretto del lusso, quasi sparito con la ratifica del Nafta. Adesso questo settore sta rinascendo grazie alle imprese che stanno lasciando la Cina per investire negli Stati Uniti. A ben vedere, è l’ennesima dimostrazione di una globalizzazione in crisi e che sta lasciando spazio alla rilocalizzazione.

Giuseppe De Santis

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