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Ancora una volta, sullo sfondo del conflitto russo-ucraino, è l’ombra di Putin che si staglia alle spalle dei leader europei a maggior ragione alla vigilia di elezioni politiche. La sfida ora è non “regalare” l’Ungheria a Mosca. L’analisi di Andrea Carteny, professore di Storia internazionale presso la Sapienza Università di Roma e Alumni Fulbright presso l’Università di Notre Dame (Indiana, Usa)

La campagna elettorale italiana vede avvicinarsi il voto e alza i toni, anche su posizioni in passato meritevoli di pochi tweet. Parliamo del caso Orbán-Ungheria, tornato al centro del dibattito politico per la spaccatura che ha provocato all’interno dello schieramento italiano guidato da Berlusconi-Salvini-Meloni.

A una sola settimana dal voto politico in Italia, che dovrebbe sancire una sicura vittoria del polo di centrodestra e la prima volta alla guida del governo degli eredi del Movimento Sociale Italiano, i Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, il voto dell’Europarlamento di condanna dell’Ungheria apre la strada alla sospensione del programma di finanziamento Pnrr per Budapest per violazione dei parametri (approvati già un paio di anni fa dalla presidenza tedesca di turno come condizione per erogare i fondi del Recovery Fund a Ungheria e Polonia, ma finora non applicati) sul rispetto dello stato di diritto da parte degli Stati membri.

Ungheria “minaccia sistemica dell’Ue”

Il voto degli europarlamentari di giovedì 15 settembre ha di fatto messo il governo di Budapest tra quelli antidemocratici, un’“autocrazia elettorale”, definendo il Paese membro “una minaccia sistemica dell’Ue” e invitando Commissione e Consiglio a cessare l’erogazione dei fondi di coesione a programmi nazionali, che – come quelli ungheresi – ammontano a circa 22 miliardi di euro e “contribuiscono alle violazioni dello stato di diritto”.

Il voto è stato approvato da una larga maggioranza di 433 favorevoli (inclusi i voti popolari di Forza Italia) rispetto a 123 contrari, tra cui quelli di Fratelli d’Italia e Lega. Il rapporto votato denunciava la scarsa indipendenza della magistratura, la corruzione e i conflitti d’interessi diffusi, il debole pluralismo dei media e delle istituzioni religiose e culturali, oltre alle violazioni dei diritti delle minoranze etniche, di genere LGBT+ e dei migranti. È noto, poi, che la Commissione europea presieduta da Ursula von der Leyen ha da tempo accusato il governo ungherese di utilizzare i fondi europei per alimentare un sistema corrotto politico-economico, familista e nepotista costruito intorno al partito di governo Fidesz guidato da Viktor Orbàn, approvando così oggi 18 settembre la proposta di sospensione del Pnrr da 7,5 miliardi di euro del programma ungherese (unico piano di Stato membro ancora in attesa di approvazione da parte di Bruxelles). L’applicazione del blocco ai fondi per l’Ungheria deve essere ora approvata (almeno a maggioranza qualificata) dal Consiglio dell’Unione europea entro un mese, mentre il governo di Budapest ha già aperto spiragli di trattativa e dialogo e si è già impegnato a costituire un organismo di supervisione e controllo per la lotta alla corruzione.

Orbán, “cartina di tornasole” anche per i politici italiani

Rimane però lo scontro politico interno all’Unione e il dibattito sul braccio di ferro tra Bruxelles e Budapest, che ha riacceso il confronto all’interno del centrodestra e tra gli opinionisti italiani. Da una parte, a seguito del voto contro Orbán del Parlamento europeo, Silvio Berlusconi ha evidenziato l’europeismo di Forza Italia rispetto alle altre forze della coalizione proponendo Forza Italia quale “garante” di un prossimo governo di centrodestra necessariamente “liberale, cristiano, europeista e atlantista”, mentre dal Carroccio e dai Fratelli d’Italia i leader non si esponevano alla polemica, richiamando al più la legittimità del governo Fidesz in Ungheria come vincitore di elezioni democratiche.

Dall’altra parte emergevano, anche da ambienti atlantisti ed europeisti, posizioni miranti a rilanciare il dialogo con Budapest prima di procedere a un totale isolamento di Viktor Orbán. All’indomani del voto dell’Europarlamento lo stesso Viktor Orbán sminuiva la vicenda (“è uno scherzo” dichiarava da Belgrado, dov’era in visita per ritirare l’Ordine al merito della Repubblica di Serbia per aver rilanciato i rapporti tra Budapest e Belgrado) mentre dagli ambienti Nato si confermava la fedeltà atlantica di Budapest.

A confermare una pragmatica posizione sulla legittimità della membership ungherese all’Europa emergeva la posizione di Nathalie Tocci, a capo dell’Istituto Affari Internazionali e molto ascoltata negli ambienti dell’establishment internazionale. In un’intervista diffusa via twitter la nota politologa apriva ai timori di Giorgia Meloni di non isolare eccessivamente Orban per il rischio di “regalarlo” in toto a Putin, riproponendo l’importanza di considerare le conseguenze dell’isolamento di un Paese – dell’Ungheria e analogamente della Turchia, quale regime democratico-autoritario di Erdogan – all’interno di istituzioni come l’Unione europea o la Nato. Prospettando un maggiore beneficio nel mantenere questi Paesi all’interno delle istituzioni euro-atlantiche, piuttosto che rischiare un ulteriore appiattimento di Budapest (o Ankara) sulle posizioni di Mosca.

Ancora una volta, sullo sfondo del conflitto russo-ucraino, è l’ombra di Putin che si staglia alle spalle dei leader europei a maggior ragione alla vigilia di elezioni politiche: in questo contesto i rapporti con Viktor Orbán e il grado di sintonia con il regime di Budapest costituiscono un’ulteriore “cartina di tornasole” in vista dello sdoganamento della destra per l’assunzione delle responsabilità di governo in Italia da parte dell’establishment europeo e internazionale.