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La prima manovra di bilancio del governo Meloni non ha convinto Carlo Lottieri, saggista e professore di filosofia del diritto all’Università di Verona, tra i fondatori dell’Istituto Bruno Leoni, che ad Atlantico Quotidiano spiega le sue perplessità, indica alcune riforme da fare per tornare a crescere e denuncia il sistema di controllo che, per ragioni diverse, giorno dopo giorno sembra rafforzarsi a scapito delle nostre libertà.

Nessuna discontinuità nella manovra

TOMMASO ALESSANDRO DE FILIPPO: Prof. Lottieri, che idea si è fatto della prima manovra del governo Meloni? Quali sono le misure che più la soddisfano? E pensa si potesse, e dovesse, fare di più?

CARLO LOTTIERI: Se uno avesse nutrito qualche illusione, allora potrebbe definire deludente l’ultima manovra. Com’era facile attendersi, non abbiamo avuto alcuna vera discontinuità rispetto agli ultimi anni, dato che si continua a immaginare che la crescita possa venire da interventi assistenziali in tema di bollette energetiche e pensioni, e non già da un processo di liberazione delle forze imprenditoriali oggi imbrigliate da tasse e leggi.

È vero che il tempo era molto scarso ed è egualmente vero che ci si è preoccupati di “non scassare” i conti, ma qualche scelta coraggiosa sarebbe stata opportuna.

L’unica cosa positiva – sotto certi aspetti – è che pare cambiata un poco la retorica, ma il rischio è che qualcuno si convinca che questa sia una manovra di taglio liberale, mentre invece non incide veramente né sulla spesa, né sul prelievo fiscale.

Reddito di cittadinanza

TADF: Aver rinviato al 2024 la cancellazione del reddito di cittadinanza non rischia di regalare un assist alle opposizioni, che avranno a disposizione più di dodici mesi per invocarne la permanenza? Una immediata abolizione avrebbe permesso di utilizzare più risorse per il taglio delle tasse…

CL: Non eliminando il reddito di cittadinanza il governo ci ha detto che l’abolizione di questa misura non è una sua priorità: altrimenti avrebbe agito con decisione (come ha fatto sul tema dei rave party).

Eppure, si sarebbero potute trovare risorse utili a ridimensionare davvero la pressione fiscale. Soprattutto, però, questo rinvio la dice lunga su come il governo Meloni non intenda assolutamente mutare la tradizionale politica meridionalistica dello Stato italiano.

Dove tagliare la spesa

TADF: Quali sono a suo avviso i capitoli e i programmi della spesa pubblica in cui si potrebbero operare dei tagli, al fine di avere più risorse da destinare ad uno shock fiscale?

CL: Forse bisognerebbe rovesciare la domanda, almeno sul piano metodologico. Bisognerebbe infatti chiedersi, dinanzi allo sfascio della società italiana e alla grave responsabilità dello Stato in tutto ciò, cosa sia sensato lasciare ancora sotto il controllo dei poteri pubblici.

Ad ogni modo, a mio giudizio le prime voci da tagliare sono quelle che riguardano le politiche economiche e del lavoro, a partire dagli aiuti alle aziende. La formula deve essere: convertiamo gli aiuti in tagli fiscali. È molto meglio che i soldi rimangono alle imprese che fanno profitti, invece che vadano a quelle che sono premiate dalla politica.

Persa ogni fiducia

TADF: Ritiene che in Italia siamo ancora più intrappolati nella falsa alternativa più tasse o più deficit, senza che si ragioni adeguatamente sull’opportunità di favorire la crescita riducendo la pressione fiscale?

CL: Comprensibilmente, la società italiana sembra aver perso ogni fiducia nel futuro e mi pare che l’obiettivo della crescita non sia nemmeno più auspicato. Non puntiamo a crescere, anche perché non è per nulla realistico attenderselo, ma invece ci si propone di sopravvivere e prolungare l’agonia.

Oggi il debito è tale da obbligarci a elemosinare una serie di aiuti dalla Banca centrale europea e da Bruxelles, perché è chiaro che se crescono i tassi d’interesse sul debito e nessuno compra più i nostri titoli il default è all’orizzonte.

Autogoverno dei territori

TADF: Che road map suggerirebbe al governo per i prossimi anni di legislatura?

CL: Non credo che questo o altri governi possano fare molto, anche perché le nostre classi dirigenti – a destra, al centro e a sinistra – poggiano la loro analisi su una serie di premesse sbagliate. Non è importante sapere se questo si deve a calcoli cinici o a deformazioni ideologiche, ma in ogni caso è così.

Per uscire dallo stallo, ad ogni modo, bisognerebbe restituire libertà di autogoverno a ogni territorio, favorendo la massima concorrenza istituzionale e obbligando ogni comunità locale a vivere del proprio.

Se ogni realtà che compone oggi la Repubblica italiana tornasse a essere padrona a casa sua, potremmo assistere ad un calo della spesa pubblica insieme ad un miglioramento dei servizi. Ovviamente non sto parlando dei pannicelli caldi della cosiddetta “autonomia differenziata”, ma di una rivoluzione molto più radicale.

Controllo sociale sempre più pervasivo

TADF: Alcune restrizioni pandemiche sono ancora presenti nella vita dei cittadini, destinate a durare almeno fino alla loro scadenza naturale. Come mai il governo non le cancella immediatamente?

CL: Il governo Meloni non è in condizione di smontare davvero quanto è stato realizzato sotto i governi Conte e Draghi per una ragione assai semplice: perché esiste un’egemonia culturale (ma anche economica, istituzionale, ecc.) del mondo progressista e contro di esso la destra al governo non può schierarsi davvero, perché rischierebbe di uscire con le ossa rotte.

Chi ha la maggioranza parlamentare non necessariamente controlla le vere leve del potere. Bisogna poi avere ben chiaro che lockdown e Green Pass sono soltanto due passaggi entro un più generale disegno di riformulazione del potere e del controllo.

Contro le quotidiane violazioni dei nostri diritti fondamentali sarebbe necessario restaurare il diritto, che nei suoi principi fondamentali non ammette il ricorso alla forza nei riguardi di soggetti pacifici e innocenti, i cui comportamenti non creano rischi per il prossimo.

Bisognerebbe uscire dall’identificazione contemporanea tra ordine giuridico e governo degli uomini da parte di altri uomini, riscoprendo il diritto come strumento a tutela dinanzi agli arbitrii e alle violenze di chiunque.

In tema di pandemia finora il nuovo Esecutivo ha mostrato una maggiore comprensione del “senso comune” dell’uomo della strada: e questo fa sì che non si voglia riprodurre il giacobinismo del ministro Speranza e dei precedenti governi.

Non mi sembra però che si voglia rompere quel sistema di controllo che – per le ragioni più diverse (fiscali, securitarie, sanitarie, ambientali ecc.) – giorno dopo giorno si rafforza a scapito delle nostre libertà. Anche in Occidente si sta predisponendo una sorta di “social credit card” e ho qualche dubbio in merito al fatto che gli esponenti della maggioranza attuale intendano contrastare tale processo.