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La variante B.1.1.529 del nuovo Coronavirus è emersa per la prima volta l’11 novembre 2021 a seguito di tre rilevamenti in Botswana. Inizialmente si contavano in tutto dieci casi nel Mondo: si aggiungono sei in Sudafrica e uno a Hong Kong (oggi se ne contano tre, tutti importati). Oggi abbiamo 49 casi su 66 sequenziamenti disponibili. I dati dal Sudafrica faticano ad arrivare, ed è possibile che queste cifre aumentino ulteriormente. È probabile che presto venga assegnata una nuova lettera greca, e che si parli quindi della variante Ni. Registrata per la prima volta il 24 novembre, la nuova variante Covid è stata classificata dal Ministero della salute africano tra quelle sotto osservazione. È troppo presto per capire se sarà una variante di interesse (VOI) o preoccupante (VOC). Per maggiori approfondimenti su come vengono classificate le varianti, suggeriamo la lettura di un nostro precedente articolo.

Le mutazioni della nuova variante

Al momento sappiamo che questo nuovo lignaggio di SARS-CoV-2 reca 32 mutazioni del RNA virale, che interessano il legame della proteina Spike (S) coi recettori ACE2 delle cellule, ovvero, potrebbero interessare una maggiore capacità del virus di eludere la risposta immunitaria e/o accentuarne l’infettività.

«La quantità incredibilmente elevata di mutazioni alla Spike suggerisce che ciò potrebbe essere motivo di vera preoccupazione – commenta il virologo dell’Imperial College Tom Peacock su Twitter – molto, molto dovrebbe essere monitorato a causa di quell’orribile profilo di Spike».

Non di meno, resta aperta anche l’ipotesi che si tratti di uno «strano cluster» poco trasmissibile, continua il Virologo che aggiunge, «speriamo sia questo il caso».

Tutte le 32 mutazioni della nuova variante Covid, riportate da Tom Peacock.

Cosa preoccupa gli esperti

L’esperto di genomica comparata dell’Università di Trieste Marco Gerdol spiega a Open cosa potrebbero implicare le mutazioni trovate nella nuova variante Covid. «La situazione non è rassicurante – continua il Genetista -, tante delle mutazioni presenti sono state documentate diverse volte in altre varianti, VOI e VOC. Tutto questo non lascia presagire nulla di buono». Si vedono effettivamente delle mutazioni che avevamo già trattato in altre varianti Covid, per esempio nella posizione 484; K417N; la N501Y e ovviamente la prima mutazione dominante D614G.

«C’è anche T478K che è presente nella variante Delta. La posizione 417 era mutata nelle varianti Beta e Gamma. La mutazione N501Y la troviamo in Alfa, Beta e Gamma. Poi c’è la mutazione P681H che si trova vicino al sito di taglio della furina [una piccola porzione della proteina Spike, che si ipotizza possa aiutare SARS-CoV-2 a infettare meglio le cellule umane, Ndr]». «Questi dati saltano fuori soprattutto nella zona di Johannesburg e del Gauteng, dove c’è un tasso di vaccinazione molto basso, ma in compenso c’è un tasso di immunizzazione naturale molto alto, perché ha avuto già diverse ondate, l’ultima delle quali era dovuta alla Delta».

Il terreno fertile delle varianti: dove si vaccina poco

Ancora una volta stiamo parlando di una variante che emerge tra una popolazione in cui l’immunità naturale prevale su quella dovuta ai vaccini, con buona pace di chi sostiene che sia più forte la protezione degli anticorpi di chi è stato già contagiato. «Sicuramente più del 50% delle persone in Sudafrica ha avuto la Covid-19 – continua Gerdol -. È così che Delta è diventata dominante in Sudafrica, come nel resto del mondo, raggiungendo praticamente il 100% della frequenza. Questa nuova variante, che come avete spiegato al momento resta sotto osservazione, potrebbe competere con Delta, rivelandosi molto trasmissibile, ma di fronte a quello che al momento sembra un timido rialzo dei casi in Sudafrica, è troppo presto per dirlo con certezza».

Quali potrebbero essere allora gli indizi che fanno pensare a una nuova variante Covid, competitiva rispetto a Delta? «Il numero delle sequenze è basso in questo momento – spiega il genetista -, perché dal Sudafrica non arrivano dati di sequenziamento aggiornati con la stessa velocità con cui ci arriverebbero dagli Stati Uniti o dal Regno Unito. Ma effettivamente notiamo che negli ultimi giorni c’è stato un rialzo dei casi nella provincia di Gauteng. Questo è preoccupante, perché potrebbe trattarsi del segnale di una possibile quarta ondata».

Le ipotesi sulle origini

Come mai questa variante è emersa solo oggi? «Fino a ieri erano state pubblicate cinque sequenze, tutte provenienti da Johannesburg – continua Gerdol -, riconducibili a questa variante, che non deriva dalle altre, bensì da un altro gruppo evolutivo sopravvissuto fino a oggi. Indipendentemente dalla sua origine sembra si stia diffondendo parecchio, ma sulla base dei pochi dati che stiamo vedendo in questo momento è ancora presto per capire come mai sia saltata fuori solo oggi».

«Una delle ipotesi al vaglio è che possa essere derivata da un serbatoio animale, come era successo in passato coi visoni e come sta succedendo oggi in America coi daini. Al momento su 66 sequenziamenti disponibili 49 risultano con questa variante. Non sappiamo se fanno riferimento a un unico out-break, o se ci sia effettivamente una prevalenza rispetto a Delta».

«Al momento, considerando che parliamo di meno di 100 casi in totale e i luoghi precisi in cui sono stati rilevati, non bisogna fare terrorismo, però è un fenomeno da tenere d’occhio. In una situazione in cui è rimasta praticamente solo Delta in circolazione, è legittimo preoccuparsi del fatto che ci sia una nuova variante apparentemente competitiva».

Foto di copertina: FrankundFrei | Immagine di repertorio

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