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La variante Xe, identificata per la prima volta nel Regno Unito, sta attirando l’attenzione degli esperti che spiegano in cosa è differente dalle precedenti. Tutti i dettagli

 

È la figlia di Omicron 1 e Omicron 2: la variante Xe, scoperta nel Regno Unito tenta di riportare l’attenzione sulla pandemia mentre quasi tutti i Paesi del mondo, a eccezione della Cina che tenta ancora la strategia zero Covid, si apprestano ad allentare le restrizioni in vista della bella stagione.

LA SCOPERTA DEL REGNO UNITO

Come già visto con altre varianti, il sequenziamento è fondamentale per conoscere il virus che continua a mutare anche quando è più silente. Lo sa bene il Regno Unito che grazie alla sua costante attività ha identificato la variante Xe già a metà gennaio.

L’evoluzione, in costante aggiornamento, è resa pubblica dall’Agenzia per la sicurezza sanitaria del Regno Unito (UKHSA).

COM’È NATA LA VARIANTE XE

Xe è una variante ricombinante nata dalle due varianti di Omicron, BA.1 e BA.2. Una variante ricombinante, spiega la UKHSA, si verifica quando un individuo viene infettato da 2 o più varianti allo stesso tempo, con conseguente miscelazione del loro materiale genetico.

ALTRE VARIANTI RICOMBINANTI

Non si tratta di un evento insolito e diverse varianti ricombinanti di SARS-CoV-2 sono già state identificate nel corso della pandemia. Oltre a Xe, per esempio, sono varianti ricombinanti anche Xd e Xf, entrambe sorte dal mix di Delta e Omicron BA.1.

Come ha detto la professoressa Susan Hopkins, membro dell’UKHSA: “Le varianti ricombinanti non sono un evento insolito […] Come per altri tipi di varianti, la maggior parte morirà relativamente in fretta”.

I CASI DI XE

La UKHSA per ora ha confermato 637 casi di Xe nel Regno Unito e un numero molto limitato è stato segnalato anche in Cina e Thailandia.

Attualmente, aggiunge l’Agenzia, non ci sono prove sufficienti per trarre conclusioni su trasmissibilità, gravità o efficacia del vaccino in merito a quest’ultima variante, che continuerà a essere monitorata.

Al momento, inoltre, la variante dominante nel Regno Unito è ancora Omicron BA.2 che rappresenta circa il 93,7% dei casi, ma non ci sono prove che comporti un maggior rischio di ospedalizzazione rispetto a Omicron BA.1.

I CASI DI XD E XF

Di casi di Xf, fa sapere il report della UKHSA, ne sono stati identificati 38 nel Regno Unito, ma solo fino a metà febbraio e attualmente non ci sono quindi prove di trasmissione comunitaria nel Paese.

Xd, invece, finora non è stata identificata nel Regno Unito ma ne sono stati segnalati 49 casi nei database globali, la maggior parte dei quali in Francia.

COSA HA DETTO L’OMS

L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) intanto ha già messo le mani avanti stimando che la variante Xe possa essere circa il 10% più trasmissibile di Omicron 2, considerata a oggi la variante più contagiosa.

Tuttavia, riferisce Forbes, l’Oms continuerà a classificarla sotto l’ombrello di Omicron “fino a quando non saranno riportate differenze significative nella trasmissione e nelle caratteristiche della malattia, compresa la gravità”.

TRE BUONI MOTIVI PER NON ALLARMARSI, SECONDO REMUZZI

In un’intervista al Corriere della sera, Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri e professore di Nefrologia all’Università degli Studi di Milano, ha detto che nonostante la scoperta di Xe abbiamo almeno “tre elementi a nostro favore”.

“Il primo – spiega Remuzzi – è che la popolazione è quasi completamente infettata o vaccinata e quindi esiste un’immunità diffusa che ci consente di affrontare eventuali nuove mutazioni con una base protettiva che non avevamo nel 2020. Il secondo è che Omicron, nonostante l’elevatissima capacità di diffusione, tende a localizzarsi generalmente nella parte alta delle vie respiratorie, risparmiando bronchi e polmoni. Infine, questione cruciale, oggi abbiamo non solo i vaccini, ma anche antivirali e anticorpi monoclonali. […] E c’è la prospettiva di un vaccino che copra tutti i coronavirus: un progetto della Duke University di Brigham e del Women’s Hospital di Boston che nelle scimmie ha mostrato un’efficacia vicina al 100%”.

TUTTAVIA NON POSSIAMO (ANCORA) CANTARE VITTORIA

Remuzzi, tuttavia, ha ricordato che non dobbiamo rilassarci del tutto perché “in Italia abbiamo un milione e 200 mila over 70 che non hanno completato il ciclo vaccinale […] a cui si aggiunge la fascia tra i 5 e i 12 anni dove la copertura è ferma al 34% e quelli più piccoli per i quali non esiste ancora un vaccino, senza dimenticare che in Paesi a noi vicini, come quelli africani, le percentuali di vaccinazione sono bassissime”.

PERCHÉ LA VACCINAZIONE CONTINUA A ESSERE FONDAMENTALE

Come ha ricordato il professore, “solo il ciclo completo con tre dosi ci può proteggere da questa e altre varianti” e a sostegno di questa affermazione arrivano anche i recenti dati pubblicati dalla UKHSA, che per la prima volta includono un’analisi sull’efficacia del vaccino 15 settimane dopo la dose di richiamo.

Tali dati mostrano che la protezione contro le malattie gravi da Covid-19 rimane oltre il 90% negli over 65 anni fino a 14 settimane dopo il booster, mentre sembra diminuire leggermente dopo 15 settimane, ma rimane comunque sopra l’85%.

Inoltre, secondo un editoriale pubblicato su Nature e citato da Remuzzi, “la vaccinazione con tre dosi riduce del 50% il rischio di complicanze nel lungo periodo dopo l’infezione”, i cosiddetti casi di long Covid, che secondo il professore “peseranno nei prossimi anni sul sistema sanitario”.