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Il suo post di commiato dalla carica di presidente del Consiglio dei Ministri su Facebook ha ricevuto quasi un milione di like dopo 12 ore, l’addio commosso a Palazzo Chigi ha visto spuntare una lacrima sul viso di Rocco Casalino e il rito della campanella con Mario Draghi è filato liscio (non come quello tra Renzi e Letta). Ma cosa farà Giuseppe Conte ora che ha lasciato Palazzo Chigi e non è più l’Avvocato del Popolo?

Cosa farà adesso Giuseppe Conte, “leader” prima per caso e ora per necessità

Nel suo saluto sul social network Conte non ha toccato nervi scoperti e ha preferito sorvolare sul modo in cui è stato cacciato. L’unico accenno polemico ha riguardato il punto in cui invita a “distinguere la (buona) Politica, quella con la – P – maiuscola, che ha l’esclusivo obiettivo di migliorare la qualità di vita dei cittadini, dalla (cattiva) politica, intesa come mera gestione degli affari correnti volta ad assicurare la sopravvivenza di chi ne fa mestiere di vita”. Eppure, a ben guardare, la sua ambizione adesso è esattamente quella di tornare a fare politica da leader. O meglio: questo è quanto gli hanno prospettato i tre partiti che hanno retto il suo governo e proposto il suo terzo incarico a Sergio Mattarella. Ma la sua volontà dovrà presto andarsi a scontrare con la rappresentazione di uno scenario politico che potrebbe sfavorirlo.

Intanto Conte tornerà a insegnare da professore ordinario di diritto privato all’università di Firenze: in base alla legge 383 del 1980, un docente che assume la carica di presidente del Consiglio entra in aspettativa obbligatoria e una volta terminata la carica riprende automaticamente possesso della sua cattedra universitaria. In teoria, spiegavano qualche tempo fa i giornali, il professor Conte potrebbe tornare a svolgere attività didattica già dal 22 febbraio, inizio del secondo semestre dell’anno accademico. Nel governo Draghi alla fine non è entrato e come spesso succede in questi casi non sapremo mai se per sua scelta o per necessità. Per lui si era parlato del ministero degli Esteri, secondo una narrazione che lo vedeva prendere il posto di Luigi Di Maio, poi della Giustizia dove alla fine è andata quella Marta Cartabia che aveva lui stesso contattato per il Conte-Ter.

Infine si era parlato di un curioso scambio tra Paolo Gentiloni, che sarebbe dovuto entrare nel governo Draghi, e una poltrona da commissario europeo che però non si assegna con il bilancino: più che una proposta sembrava una trappola. Il Fatto Quotidiano scrive che anche dal Quirinale gli era stato fatto capire che sarebbe stato apprezzato il suo impegno nella nuova squadra di Draghi, ma “Conte ha declinato”. Le sue intenzioni invece le ha spiegate in quelle righe: “Il mio impegno e la mia determinazione saranno votati a proseguire questo percorso. La chiusura di un capitolo non ci impedisce di riempire fino in fondo le pagine della storia che vogliamo scrivere”. 

Giuseppe Conte e il saluto con Olivia Palladino

Per il giurista pugliese nato a Volturara Appula l’8 agosto del 1964 si aprirà appena possibile la sua esperienza politica: “Un percorso a misura d’uomo, volto a rafforzare l’equità, la solidarietà, la piena sostenibilità ambientale”, dice con una formula che pare quasi uno slogan da manifesti, ma non certo accattivante. Il Corriere della Sera oggi racconta che anche ieri era al suo fianco la compagna Olivia Palladino, che a differenza di quello che succede di solito non lo ha lasciato quando la cattiva sorte incombeva. Nata nel 1980 e figlia di Cesare, proprietario dell’Hotel Plaza di via del Corso, e di Ewa Aulin, attrice svedese, Olivia ha una figlia, Eva, nata da una precedente relazione. Ed è proprio grazie ad Eva, sostiene il quotidiano, se nel 2008 conosce l’avvocato del popolo:

Raccontano le cronache che il colpo di fulmine sarebbe avvenuto in una riunione scolastica riservata ai genitori, alla quale prese parte anche Conte, padre di Niccolò. Elegante e riservata, fa poche uscite pubbliche. Prima in foto, ritratta a passeggio con le borse della spesa, al mare in bikini, al ristorante. Poi finalmente il 10 dicembre del 2019 ecco la prima uscita: Giuseppe Conte si presenta con lei al Teatro San Carlo di Napoli per un evento di beneficenza.

Ora dovrà aiutarlo a decidere tenendo conto anche di un altro fatto: se lui, non ancora iscritto, viene indicato come il leader “naturale” del MoVimento 5 Stelle, il partito si sta balcanizzando attorno a una guerra intestina sul governo Draghi oggi per andare domani verso una scissione tra l’ala complottista di Di Battista e quella democristiano-governista a tutti i costi di Di Maio. Difficile, se non ci sta riuscendo Beppe Grillo, che sia Conte quello capace di tenere insieme due anime che da domani saranno impegnate in una lotta fratricida a colpi di sottoposti di governo e scolapasta in testa. D’altro canto schierarsi con una parte (quella più naturale per lui è l’ala dimaiana) lo porterà a perdere i consensi dell’altra e allora sarà la volta di un Conte Dimezzato. 

In più c’è da segnalare una cosa. Conte arrivò a Palazzo Chigi per un compromesso tra Matteo Salvini e Luigi Di Maio, entrambi animati dalla stessa necessità: quella di trovare una figura che non scalfisse la loro popolarità e non facesse loro ombra. La crisi del Papeete e il discorso in Senato contro Salvini che aveva portato alla crisi il governo Lega-M5s per prendersi la sua poltrona dopo le elezioni europee o andare alle elezioni e vincerli, in un piano politico che è fallita per l’accordo tra M5s e Pd, lo ha invece consacrato come leader “per caso” in un quadro in cui all’inizio Nicola Zingaretti non lo voleva a Palazzo Chigi e chiese, subito dopo il suo discorso, “discontinuità” per fare il governo con il MoVimento 5 Stelle.

Che fine fanno i leader liquidi in una società liquida

Non la ottenne, e questa non è una notizia per Zingaretti, ma soprattutto fu l’inizio della sua fortuna perché uscì mediaticamente vittorioso da quella battaglia prima con Salvini e poi con il Pd. E gli italiani amano chi vince. Lì, a dispetto di chi dice che dovrebbe essere certificato con un voto, è nato il Conte Leader ed è nato per caso: lo stesso caso che gli ha poi consentito di gestire da Palazzo Chigi la pandemia, ovvero l’evento che più ha segnato la vita degli italiani dalla Seconda Guerra Mondiale e lui, nelle migliaia di difficoltà ne è uscito mediaticamente bene. Per questo è diventato il leader più popolare d’Italia. Ma la storia di questi tempi recenti dovrebbe però metterlo in guardia. 

Alla fine del 2013 emerse la leadership di Matteo Renzi nel Partito Democratico che venne certificata con le elezioni europee del 2014 dove il PD raggiunse la percentuale monstre del 40,8% (ben più che il 34,4% di Salvini cinque anni dopo). Tre anni dopo Renzi aveva perso il referendum, era fuori da Palazzo Chigi ed era anche pronto a perdere male le elezioni politiche portando il partito al più basso risultato di sempre. Nel frattempo brillava nel cielo la luce del MoVimento 5 Stelle che nel 2016 conseguiva il suo massimo risultato vincendo a Torino e a Roma mentre luccicava l’astro nascente della politica italiana, ovvero Luigi Di Maio. Oggi ​la leadership di Di Maio appare in chiaro declino dopo appena tre anni, come era stato per Renzi (e prima di lui per Bersani), tanto che appunto il M5s vuole puntare su Conte.

Non è strano: visto che siamo nella società liquida di Bauman, dove “il cambiamento è l’unica cosa permanente e l’incertezza è l’unica certezza“, è normale che i leader diventino liquefatti in così poco tempo. Però intanto era nato Matteo Salvini, che con un grande risultato alle elezioni europee dopo quello ottimo alle politiche si preparava a prendere il posto di Conte. Oggi Salvini è costretto ad accettare che della Lega nel governo Draghi entrino solo i “governisti” mentre quegli stessi sondaggi che lo incoronavano lo vedono in declino e registrano invece l’imponente crescita di Giorgia Meloni, che ha la “fortuna” di essere una leader “d’opposizione” e può usare la stessa tattica del Capitano nel guadagnare consensi: protestare contro qualunque cosa e dare ragione a chiunque protesti.

Ma magari alle prossime elezioni Fratelli d’Italia riuscirà nel miracolo di diventare il primo partito del centrodestra, e Salvini rischierà di essere messo da parte proprio da lei. A cui però poi toccherà governare. E allora la ruota tornerà a girare. Il rischio più concreto è che Conte si tenga quel milione di like di fans in un solo post che però poi difficilmente – lo abbiamo visto in precedenti esperienze – si tramutano nel numero di voti necessari per contare qualcosa: d’altro canto si sa, per i politici e gli aspiranti tali essere famosi su Facebook è come essere ricchi a Monopoli. Invece per lui adesso la leadership è una necessità (di sopravvivenza), e proprio per questo potrebbe sfuggirgli. Perché dopo aver vinto la sua partita con Salvini, stavolta ha perso la sua partita con Renzi. E gli italiani odiano chi perde. 

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