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E perché in Italia si fa fatica a prenderne atto e a riconoscerne le cause…

C’è una differenza fondamentale fra le analisi della guerra in Ucraina formulate dagli esperti italiani e quelle che vengono pubblicate nel resto del mondo occidentale, negli Usa e nel Regno Unito in particolare.

Le relazioni dell’intelligence statunitense o gli studi dell’autorevole Rusi di Londra (il centro studi fondato da Wellington), pur con grande prudenza e con un differente grado di ottimismo, constatano che l’esercito russo non sia all’altezza delle aspettative. Nella difficoltà a rifornire le truppe, così come nell’incapacità di proteggere i propri generali (ben sette uccisi dall’inizio della guerra) e nell’insufficienza dell’aviazione che non è ancora riuscita a conquistare il pieno dominio dell’aria, gli analisti occidentali notano che vi siano delle carenze strutturali nell’Armata, non solo degli errori commessi in questa campagna. Il generale David Petraeus, che vinse l’ultima fase della guerra di contro-insurrezione in Iraq, pur con mille prudenze, parla addirittura della possibilità che il Davide ucraino possa battere sul campo il Golia russo. Prima di lui lo aveva detto il generale McMaster, ex consigliere per la sicurezza nazionale di Donald Trump.

Quando si torna alla lingua italiana, invece, si entra di nuovo in un altro mondo. Un mondo in cui l’Armata russa è un lento rullo compressore che schiaccia quel che vuole. E se non schiaccia qualcosa, è solo perché non ha voglia di farlo. Putin non ha sbagliato nulla, insomma, non ha mai fallito il blitz iniziale per decapitare il governo ucraino perché non era mai stata sua intenzione. Le difficoltà logistiche, evidenti sin dalle prime fasi? Sciocchezze, siamo noi che non abbiamo capito come i russi combattono. E allora perché la guerra sta andando così male? … I russi stanno già prendendo tutto quel che volevano. A produrre queste analisi, oltre a docenti che a stento riescono a nascondere la loro simpatia per Vladimir Putin, sono anche generali, esperti, tecnici super-partes.

Eppure nessuno di loro riesce a spiegare perché un esercito che si presenta come il secondo del mondo, con il più grande parco di carri armati e automezzi, che vanta di essere all’avanguardia della guerra corazzata, si trovi a combattere in un terreno pianeggiante (l’ideale per ogni comandante di divisioni corazzate), con la piena superiorità aerea, una netta superiorità di uomini e mezzi, contro una nazione che è fra le due più povere d’Europa… e in più di un mese non riesce nemmeno a sfondare le linee. Si sente ripetere che, presto o tardi, l’Armata sfonderà e dilagherà. Non ne dubitiamo, vista la disparità di forze in campo. Ma la guerra, così come il mondo intero l’ha vista finora, è già una macchia indelebile sulla reputazione dell’Armata. Sulla carta, la Russia doveva essere in grado di reggere il confronto con la Nato in uno scontro in Europa centrale. Nella realtà, è impantanata da un mese abbondante a causa della resistenza di un esercito a cui la Nato sta solo dando armi leggere e informazioni di intelligence.

Resta da capire come mai in Italia vi sia così tanta difficoltà a prendere atto della figuraccia militare russa. A che pro? La risposta non deve seguire il solito semplicistico e marxisteggiante argomento “follow the money”. Qui i soldi non c’entrano nulla. Il problema vero è culturale. In battaglia si svela in modo inequivocabile se un sistema politico, in questo caso addirittura un’intera cultura, è sana o malata. Come scriveva lo storico miliare Victor Davis Hanson in “Massacri e cultura”:

“La storia militare non deve mai prescindere dal suo tragico evento clou, l’uccisione di esseri umani, che trova la sua piena realizzazione solo nella battaglia. A determinare se dopo l’ora fatale del combattimento migliaia di giovani, in gran parte innocenti, saranno vivi o a brandelli, è la cultura entro la quale si muovono gli eserciti”.

In che cultura si muove un esercito che manda colonne di carri armati, manovrati da ragazzi di leva, a finire nelle imboscate della fanteria ucraina? Che cultura ispira piloti che sganciano bombe su coordinate dettate dal comando, senza neppure sapere cosa stanno colpendo (scoperta fatta grazie a piloti abbattuti e fatti prigionieri)? Che culltura ispira comandanti di unità corazzate che eseguono ordini rigidi scritti su carta? Che cultura è quella di un corpo ufficiali che non svela ai propri soldati la natura della missione, così che quando vengono catturati o uccisi in Ucraina non sapevano di essere in guerra? E in casa loro non sanno neppure dove siano finiti, considerando che è persino proibito parlare di “guerra”?

La cultura che sta producendo questa vergognosa performance è il prodotto di un regime autoritario che non si fida dei propri sudditi e che si nutre di menzogne, oltre a diffonderle a piene mani. Nessuno può esprimere dubbi a Putin, perché tutti sono terrorizzati: basti vedere come è stato trattato il direttore dei servizi segreti esteri, in una video pubblicato online, poco prima della guerra. E chissà cosa succede, a tutti i livelli, lontano dalle telecamere. Nessuno può mettere in discussione gli ordini. Anzi, meglio che gli ordini restino riservati, così come gli scopi della missione nel suo insieme, e vengano eseguiti nel modo più meccanico possibile. Quanto all’efficienza degli armamenti, dell’equipaggiamento, della loro manutenzione, dobbiamo solo chiederci quale tessuto economico li abbia prodotti, con che metodi, con quali verifiche di qualità e con che sincerità siano stati esposti i risultati della quasi ventennale modernizzazione delle forze armate russe. Chi osa dire che qualcosa non funziona e servono correzioni?

In Italia si stenta a parlare degli insuccessi militari russi, perché si dovrebbe mettere in discussione il sistema russo, nel suo insieme. Ed è quel che vogliono evitare i politici e gli esperti, civili e militari, che finora ci vendevano la Russia come alternativa “sana” alla presunta decadenza dell’Occidente.

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