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Pare che l’inquinamento dell’aria influenzi anche i fulmini: è una teoria di cui si discute da tempo ormai, ma che grazie alla pandemia uno studio condotto dal MIT è finalmente riuscito a supportare con dei dati concreti. Come certamente tutti ricorderanno, nella fase più acuta si è fatto esteso ricorso al confinamento in casa per contenere la diffusione del virus; e ciò ha causato una significativa riduzione dell’inquinamento atmosferico (l’India è addirittura riuscita a rivedere l’Himalaya dopo tanti anni, almeno per un po’). Studiando i dati meteorologici di quel periodo (indicativamente tra marzo e maggio 2020), si è scoperto che a livello globale è caduto il 7,6% in meno di fulmini rispetto allo stesso periodo dei tre anni precedenti.

La teoria di fondo è abbastanza semplice da capire. Meno inquinamento significa meno particelle microscopiche in sospensione nell’atmosfera che possono fungere da catalizzatore della trasformazione delle goccioline d’acqua in cristalli di ghiaccio attraverso il fenomeno noto come nucleazione. Meno cristalli di ghiaccio nell’aria durante un temporale significa meno possibilità di collisione l’uno con l’altro – uno degli eventi che, si teorizza, generano una carica elettrica nell’atmosfera che in ultimo porta alla scarica del fulmine.

Lo studio rileva tra l’altro che la riduzione dei fulmini è stata maggiore nelle zone e nei giorni precisi in cui erano attivi i lockdown, insieme a una riduzione generica della foschia e della nebbia. I dati provengono da due iniziative: la GLD 360, ovvero la Global Lightning Detection Network, e la WWLLN, ovvero World Wide Lightning Location Network. Insomma, a distanza di pochi giorni dai dati sconcertanti sulle temperature dei mari, ecco un’ulteriore dimostrazione che per un clima meno estremo e violento l’umanità ha bisogno di diminuire l’inquinamento.


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