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Gli Stati Uniti rompono gli indugi e fanno avere a Kiev i missili Patriot. Ma siccome, come ci ha avvertiti da tempo il politologo Ivan Krastev, la guerra in Ucraina si determina sul terreno della pubblica opinione oltre che sul campo di battaglia, questo passaggio è accompagnato da un evento simbolico. Il presidente ucraino è volato negli Stati Uniti per parlare al Congresso e incontrare Joe Biden, oltre che per una serie di colloqui bilaterali.

Vittorie simboliche

La eccezionalità della visita è evidente e ha le sue ragioni. È evidente per esempio dalla lettera spedita da Nancy Pelosi, la speaker della Camera, che, quando ancora l’arrivo di Volodymyr Zelensky era circondato da un’aura di riservatezza, ha avvertito i parlamentari: siate «presenti in carne e ossa» perché la sessione di mercoledì notte sarà «speciale», molto, «per la democrazia». Mentre gli eletti americani non vedono l’ora di poter tirare il fiato per Natale, la leadership democratica del paese spera di chiudere l’anno con una vittoria. «Una vittoria nella PR war – nella guerra comunicativa – con Putin», come la chiama il commentatore Sebastian Shukla. Ma pure una vittoria – o meglio una rivincita – nel terreno di scontro coi repubblicani. Ed è anche in quest’ottica che si spiega il viaggio «speciale» di Zelensky.

L’opinione americana

Joe Biden ha resistito dignitosamente alle elezioni di metà mandato, che si prevedevano disastrose, ma i tentativi di arginare le spinte repubblicane non si sono certo chiusi con le urne a novembre. E tra i terreni di scontro politico, più o meno esplicito, c’è anche il sostegno a Kiev. Già quest’autunno, la destra americana ha pensato di poter cavalcare politicamente la stanchezza dell’opinione pubblica, o più banalmente il calo di interesse. A settembre, Andrew Danillerd e Andy Cerda hanno sondato il temperamento degli americani a riguardo, con il loro sondaggio per il Pew Research Center, e hanno rilevato che più i mesi passavano, dopo l’invasione russa di febbraio, più diminuiva in Usa la preoccupazione che davvero la Russia potesse spuntarla. È ciò che pochi giorni dopo YouGov rilevava in altri termini: «Per gli americani è più probabile che vinca l’Ucraina». Meno fervore sul tema implica anche più sponde per chi vuol contestare l’impegno americano per Kieva. Già la scorsa primavera, tra i repubblicani, c’è chi ha messo in discussione il supporto all’Ucraina: una fronda di una sessantina di eletti – gente come Rand Paul – a marzo e a maggio aveva votato contro gli aiuti. Il varco autunnale delle elezioni di metà mandato, in parallelo con il graduale calo di interesse nell’opinione pubblica, ha ulteriormente fatto spazio a posizione dubitative. «Non daremo assegni in bianco» sugli aiuti a Kiev, diceva il leader repubblicano Kevin McCarthy quest’autunno, mentre c’era chi chiedeva ispezioni sugli aiuti, e i dubbi venivano sollevati anche dai commentatori come Tucker Carlson.

Prova di forza

In questo contesto l’arrivo di Zelensky serve a siglare e sigillare sia la tenuta del fronte dem che gli aiuti. Significa rinvigorire le truppe – anche nel campo dell’opinione – e rilanciare il supporto degli Usa. Già martedì era chiaro che la manovra annuale avrebbe compreso quasi 45 miliardi di dollari di aiuti a Kiev. Gli Stati Uniti forniranno quasi due miliardi (1,85) di dollari di aiuti militari aggiuntivi, ha ufficializzato questo mercoledì il segretario di Stato Antony Blinken, precisando quel che già si vociferava; e cioè che questi aiuti comprendono il sistema di difesa aerea Patriot. C’è chi, come il senatore repubblicano Kevin Cramer, durante il discorso di Zelensky al Campidoglio sceglie di disertare.

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