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Come Renzi vuole far saltare il governo Conte con il prossimo voto in Senato


Redazione
24 gennaio 2021 04:54

Martedì la conferenza dei capigruppo potrebbe decidere di spostare il voto sulla relazione del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede a giovedì 18 gennaio. Un giorno in più per le trattative in attesa dello showdown che viene rinviato di ora in ora nella sagra dei penultimatum. Ma con una decisione che per adesso sembra presa: Matteo Renzi ha deciso di schierare Italia Viva per il no al momento del voto in Senato. Mentre all’esecutivo verrà a mancare anche il voto di Sandra Lonardo Mastella, dell’UdC e dei senatori a vita.

Come Renzi vuole far saltare il governo Conte con il prossimo voto in Senato

Anche se non si tratta di un voto di fiducia, il dato politico – a meno di grandi stravolgimenti dell’ultim’ora – per il governo Conte sarà che verrà certificata la mancanza di una maggioranza. E per il presidente del Consiglio, che ancora non ha trovato i numeri per varare il gruppo dei Responsabili Costruttori, diventerà più probabili l’ipotesi di dimissioni. Dopo gli annunci dei giorni scorsi dentro Italia Viva è il momento del pallottoliere: il senatore Pierferdinando Casini ha annunciato nei giorni scorsi il suo no, Lello Ciampolillo aveva già votato sì alla mozione di sfiducia (respinta) contro Bonafede, per Riccardo Nencini sarebbe difficile dire sì a Bonafede vista la storia del Partito Socialista che rappresenta. Anche Rossi e Causin potrebbero schierarsi contro. I pronostici dicono che stavolta il governo potrebbe arrivare a 150 voti. Sei in meno della maggioranza relativa conquistata la scorsa settimana.  Insieme cominciano ad arrivare robusti segnali di nervosismo dal Partito Democratico: “Il passaggio in Senato sarà decisivo — ha detto ieri il vicesegretario  Andrea Orlando —. Il Guardasigilli dia un segnale sulla giustizia o si va a sbattere. E il segnale che chiedo a Bonafede è quello di una relazione di apertura alle forze a cui si chiede di dialogare”. 

Il Pd è ufficialmente schierato sul fronte “O Conte o il voto” ma la linea del segretario, come spesso è successo in questi anni, non è condivisa da tutto il fronte del partito (Nannicini, Borghi, Madia, Bonaccini l’hanno contestata). Nel quale ci sono invece molti che si chiedono se sia il caso di rimanere fermi e decisi sul nome di un premier che rischia di andare a sbattere portandosi dietro tutta la maggioranza. In questo caso la soluzione estrema per evitare il voto è sostituire Conte. E proprio su questa linea, non ancora espressa ufficialmente ma presente nel dibattito interno del Pd, che intende battere Renzi. Il quale viene descritto nei retroscena dei giornali come ormai deciso a votare no alla relazione di Bonafede proprio con l’obiettivo di far saltare il governo Conte. Su questo cuneo politico intende agire Renzi: mentre ufficialmente continua a lasciare aperta una porta al dialogo con Palazzo Chigi e i suoi si affrettano a dire che non è una questione di nomi ma di temi, il voto alla relazione di Bonafede potrebbe certificare il fallimento del reclutamento di voti per sostituirlo e, insieme, l’impossibilità di rimanere a Palazzo Chigi per l’avvocato.

Per questo nel frattempo, racconta oggi Repubblica, il ministro della Cultura Dario Franceschini ha cercato di riaprire un dialogo proprio con Renzi, “consigliandogli” di astenersi: “se voti contro il governo Iv si spacca e tu non avrai futuro. Se ti astieni, si può tentare un riavvicinamento, magari non subito, domani chissà. In fondo converrebbe a tutti: al Conte II senza maggioranza e a Italia viva che rischia di scomparire”. Di sicuro, dice Binetti, “mercoledì comincia un’altra storia”, con le forze moderate pronte a entrare in campo in caso di caduta del governo. Ed ecco l’attivismo di Forza Italia, prima con Mara Carfagna e Renato Brunetta, e poi con Silvio Berlusconi in persona, che evoca un governo di unità nazionale, anche se “il rifiuto di Pd e M5s avvicina le elezioni anticipate”.

Le dimissioni di Conte 

Sull’altro fronte, quello del premier, l’ipotesi dimissioni non viene presa in considerazione ufficialmente. Il Corriere della Sera racconta di telefonate su telefonate che partono dal centralino di Palazzo Chigi verso una quindicina di senatori alla ricerca di voti, mentre appare ad oggi un miraggio la possibilità che Conte si dimetta prima di mercoledì o giovedì, quando ci saranno le comunicazioni con votazione del ministro Bonafede sul bilancio della giustizia: “Non ne ho alcuna intenzione”, continua a rispondere lui a chi gli suggerisce che la mossa potrebbe rafforzare invece che indebolire la formazione di un suo terzo governo. 

Sul tavolo del capo del governo è già pronto il decreto che allargherebbe i posti nell’esecutivo, permettendo di creare e spacchettare ministeri e posti da sottosegretario sino ad arrivare ad almeno sei nuove caselle. Basteranno come sirena per gli ormai fantomatici senatori responsabili?

L’impressione è che ci sia troppo poco tempo per venire a capo della questione numerica e che non basterà un giorno in più per mettere insieme quella squadra per cui adesso si sta spendendo il deputato Bruno Tabacci, arrivato con il suo Centro Democratico in parlamento in tandem con +Europa e nel frattempo fuoriuscito. Sempre il Corriere riferisce i nomi dei nuovi papabili: gli azzurri Franco Dal Mas e Anna Carmela Minuto con i renziani Eugenio Comincini, Leonardo Grimani, Gelsomina Vono. Senza dimenticare la variante Udc. Che però non salverà proprio il manettaro Bonafede dopo l’inchiesta sul suo segretario Lorenzo Cesa. 

In questo quadro così frastagliato l’Ansa scrive che gli uffici del ministro Bonafede starebbero lavorando a una relazione che non tocca temi come la prescrizione ma pone al centro i fondi del Recovery fund e anche le riforme che l’Europa ci chiede, a partire da quelle già incardinate in Parlamento. Nella bozza del Recovery, dicono fonti vicine al ministro, i fondi per la giustizia sono saliti a 750 milioni a 2,750 miliardi: ben 2,3 miliardi dovrebbero andare ad assunzioni. Votare contro la relazione sarebbe – è il ragionamento – votare contro il Recovery fund. Basterà? Conte sembra pronto a verificarlo in Aula, per poi aprire la partita finale con i moderati di centro, magari passando da dimissioni e Conte ter, con la prospettiva di un’alleanza antisovranista.

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