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Il sottosegretario alla Salute, Marcello Gemmato, è caduto ingenuamente nella più classica delle trappole televisive. Parlando di immunizzazione anti-Covid su Raidue, non è riuscito a divincolarsi di fronte a un’insidiosa obiezione di Gian Antonio Stella.

Lo scivolone di Gemmato

Infatti, mentre Gemmato snocciolava i disastrosi dati italiani su mortalità e letalità del virus, il giornalista del Corriere si è inserito osservando che “senza i vaccini sarebbe andata peggio”. A quel punto, il sottosegretario aveva due possibilità: rispondere in maniera articolata senza dare adito a strumentalizzazioni o ribaltare il tavolo opponendo al mantra pandemico la difesa della libertà individuale lesa dalle severe imposizioni sanitarie.

Invece, il neo sottosegretario ha usato un’espressione alla Laura Castelli (“questo lo dice lei”), aggiungendo che non esiste la prova contraria e, comunque, lui non avrebbe commesso l’errore di schierarsi pro o contro i sieri.

L’accusa di revisionismo sanitario

È bastato questo per armare le tastiere degli strenui difensori del dogma sanitario. Ad aprire le danze ci ha pensato Enrico Letta chiedendo le dimissioni di Gemmato, a cui si è unito pochi minuti dopo Carlo Calenda sempre pronto a intervenire a caldo via Twitter.

Anche se la reazione politica più curiosa è stata quella di Maria Stella Gelmini, compagna di partito di Calenda, che ha addirittura accusato l’esponente di Fratelli d’Italia e tutto il governo di “revisionismo sanitario”. Per chiudere il cerchio, vale la pena citare l’intervento di Enrico Mentana il quale ha scritto sulle sue pagine social che “non possiamo lasciare al Ministero della salute gente che straparla come davanti a un camparino al bar”.

Doppio standard

Va senza dire che nessuno di questi ha mai contestato il teorema di draghiana memoria smentito dai fatti già mentre veniva pronunciato: “Il Green Pass è la garanzia di ritrovarsi tra persone non contagiate e non contagiose”. In quel caso, si sono dimostrati tutti molto magnanimi nei confronti dell’ex premier, preferendo glissare o arrampicarsi sugli specchi.

Invece, a Gemmato è stato riservato tutt’altro trattamento per un’affermazione forse poco accorta visto il clima da caccia alle streghe ma sicuramente meritevole di approfondimento.

Il nodo è la libertà

Probabilmente, il sottosegretario avrebbe potuto seguire più prudentemente la linea dettata da Giorgia Meloni al vertice di Bali e spostare l’attenzione sull’aspetto cruciale della questione: “Non c’è salute senza libertà”. Lo stesso concetto era stato già riportato su Atlantico Quotidiano in un pezzo pubblicato il 22 febbraio dal titolo La nuova normalità.

Infatti, il nodo gordiano non è quello indicato da Stella ma un altro: è stato accettabile sacrificare in maniera così dura le libertà individuali a fronte di numeri non proprio invidiabili? Si potrà accettare in futuro per un’ipotetica nuova emergenza un’analoga compressione dei diritti?

Ancora il paragone con gli evasori

La risposta a questa domanda sembra averla fornita la dottoressa Antonella Viola in un editoriale che è un’esplicita risposta alle parole del premier. Al di là delle formule scontate sulla libertà che finisce dove inizia quella dell’altro, la Viola ha sciorinato tutto il campionario che abbiamo dovuto metabolizzare in questo assurdo biennio: evocando il sacrificio, la responsabilità, l’altruismo, la solidarietà che rappresenterebbero un limite invalicabile per la libertà.

Probabilmente, questi nobili valori da lei citati possono essere il presupposto di uno Stato etico ma non certo di una democrazia liberale che tutela i diritti individuali. Eppure, la Viola ha riproposto una metafora già sentita durante questi mesi:

L’impressione è che il concetto di libertà in contrapposizione alla salute pubblica sia più simile a quello a cui si appella un evasore fiscale che decide che per il suo bene è meglio non pagare le tasse, infischiandosene del fatto che se tutti facessero come lui il Paese andrebbe al collasso.

L’esempio è ancora una volta poco calzante e del tutto inappropriato. Chi si è opposto alla rigida gestione sanitaria non ha violato alcuna legge come capita a chi non versa all’erario quanto previsto dalle norme tributarie.

Paragonare ancora a un evasore chi si è sottratto ai diktat sanitari è ormai anacronistico e fuorviante proprio perché sappiamo che il siero non assicura l’immunità. Perciò, inocularsi o meno diventa una scelta appunto individuale e non sindacabile, soprattutto con argomentazioni di carattere più morale che scientifico.

Libertà e anarchia

Peraltro, la dottoressa Viola, per rafforzare le sue tesi, si è avventurata in una discettazione ardita sulla differenza tra libertà e anarchia citando pure il filosofo francese Proudhon il quale ha riconosciuto il valore della scienza e del diritto (quello alla salute, beninteso) “come base fondante dello spirito di un uomo libero”.

In pratica, l’assioma che ne se ricava è il seguente: chi non segue la scienza nella declinazione della Viola (sacrificando il diritto) va considerato come uno che “continua a negare, calpestare, insultare quella scienza con affermazioni false”.

Posta così la questione sembrerebbe non ammettere repliche. Eppure, il tentativo di arruolare il filosofo francese non sembra proprio riuscito. Proudhon era un anarchico convinto, a volte contraddittorio, ma, al di là della frase citata dalla Viola, riteneva la sfera individuale intangibile da qualsiasi autorità.

Chissà con chi si sarebbe schierato se fosse vissuto nella nostra epoca? Se con gli infaticabili sostenitori del Leviatano sanitario o con chi ha provato a difendere i valori liberali dall’invadenza statale. Magari, in assenza di controprova, si può immaginare la risposta di Proudhon che rifuggiva i dogmi e detestava l’indottrinamento dei popoli.