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Anno di magra per le Ipo. Il 2022 si è rivelato da record, in negativo, sul fronte delle offerte pubbliche iniziali nel settore moda, con solo pochi grandi nomi del fashion che hanno optato per la quotazione. Il trend delle aziende della moda ricalca, ovviamente, una tendenza generalizzata di tutti i settori. Dopo il boom dello scorso anno, nei dodici mesi in chiusura le Ipo – dato appunto complessivo – hanno registrato una rovinosa flessione dell’80%, secondo i dati raccolti da Renaissance Capital.

E continuano a viaggiare a un ritmo estremamente rallentato, che trova similitudini solo nel biennio 2008-2009. Sono state solo 64, inoltre, le operazioni finalizzate nel 2022 che abbiano superato il valore di 50 milioni di dollari. Più in generale, secondo PwC, ricorda Business of Fashion, durante il terzo trimestre si sono contate 97 quotazioni pubbliche negli Stati Uniti, contro le 723 collezionate nel medesimo periodo dell’anno precedente.

Guardando al settore della moda, il panorama è ancora più desertico: quest’anno nessuna società si è quotata oltreoceano tramite Ipo, fatta eccezione per Lanvin Group, sbarcata una settimana fa a Wall Street con una Ipo che ha raccolto 150 milioni di dollari. Un’operazione da tempo pianificata e dalla concretizzazione travagliata, che ha raggiunto comunque una quota inferiore a quanto precedentemente auspicato.

Prima del player asiatico, divisione moda della conglomerata cinese Fosun International, c’era stata la quotazione di Zegna, approdata a Wall Street un anno fa. Le azioni Zegna oggi vengono scambiate leggermente al di sopra del loro prezzo dell’Ipo. Alcune delle start-up digitali quotate nello stesso periodo, osserva ancora Business of Fashion, sono invece in calo dell’80% o più. Questo contribuisce a delineare uno scenario ostile per i marchi di moda che in questo momento puntino alla Borsa, sullo sfondo di un’inflazione galoppante e lo spettro della recessione.

Ma a rendere sfavorevole l’habitat finanziario ci sono anche i timori geopolitici scaturiti dal conflitto Russia-Ucraina, che ha scompaginato lo scacchiere mondiale, e la crisi energetica: una combinazione di fattori che ha portato a un’impennata dei costi di interesse, con conseguenti instabilità globale, un significativo calo delle valutazioni e una crescente volatilità.

Tutto ciò significa che è improbabile che molti fashion brand seguano la scia di Lanvin, almeno non fino a quando l’inflazione non sarà sotto controllo e l’economia non tornerà a crescere. L’eccezione che probabilmente confermerà la regola potrebbe essere Prada, che sta gettando le basi per una seconda quotazione (attualmente la maison presidia la Borsa di Hong Kong) da un miliardo di dollari a Milano, il prossimo anno. In lizza anche Eccellenze Italiane, a cui fanno capo i marchi Liu Jo e Bluemarine. Il progetto di Marco Marchi, che ormai dal 2018 pianifica l’Ipo, sembra però destinato ad attendere uno scenario più roseo per realizzarsi, ha spiegato l’imprenditore a Wwd.

Intanto, anche la quotazione del gigante asiatico del fast fashion Shein è saltata più volte, nonostante una capitalizzazione da capogiro e un appeal ancora molto forte sul mercato. Per il momento l’Ipo sarebbe stata posticipata al 2024, a Wall Street, in attesa di una congiuntura macroeconomica più favorevole.

Ritirati all’inizio dell’anno anche i piani di una quotazione pubblica da parte di Authentic Brands Group, secondo le agenzie di stampa rimandata a data da destinarsi, e quella di Savege x Fenty, il brand di lingerie della popstar Rihanna, in odore di Ipo secondo insistenti indiscrezioni ma per il momento ancora lontana dalla Borsa.

E se Wall Street ha conosciuto nel 2022 il suo ‘anti-record’, anche Piazza Affari archivia un’annata che patisce fatalmente il confronto con il 2021. Come sottolinea La Stampa, in Borsa Italiana è in atto una sorta di passaggio dal listino principale all’Euronext Growth Milan (ex Aim Italia) che ha infatti visto quotarsi nel corso dell’anno in dirittura d’arrivo 23 società, contro le 44 del 2021.

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