Biotech e vaccino, Landi spiega la sfida fra Cina e Occidente

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Una corsa a tre, che, dati alla mano, si riduce a soli due contendenti. Fabrizio Landi, presidente della Fondazione Toscana Life Sciences, spiega perché la Cina è l’unica sfidante in grado di competere con il vaccino di Usa e Ue. Sputnik V? Uno strumento di influenza all’estero

Di Guerra Fredda si può parlare, perché si combatte tutta sottozero. Ha tre contendenti, Stati Uniti, Cina e Russia, e ancora nessun vincitore finale. Chi è più avanti nella corsa al vaccino contro il Coronavirus? Questo è il grande punto interrogativo che scandirà il calendario geopolitico del 2021.

La verità, spiega a Formiche.net Fabrizio Landi, presidente della Fondazione Toscana Life Sciences, è che ci troviamo in una fase preliminare, come all’indomani della sfida fra Donald Trump e Joe Biden: too close to call. “Dobbiamo aspettare i prossimi mesi per un quadro completo. Non sappiamo quanto durano i vaccini già sperimentati, la tempistica rimane un grande punto di domanda”.

Un primo bilancio, numeri alla mano, non può non far sorridere l’asse Europa-Stati Uniti. I due vaccini fabbricati sul modello Messenger Rna (mRNA) dall’americana Moderna e dalla connazionale Pfizer insieme alla tedesca BionTech hanno iniziato il loro viaggio nel Vecchio Continente, da Bruxelles a Berlino fino a Roma, all’Istituto Spallanzani, questa domenica.

L’utilizzo delle biotecnologie, dice Landi, è già di per sé una novità assoluta nella storia dei vaccini. “Da molto tempo si studia come mettere al servizio della medicina la biotecnologia, ovvero la capacità di manipolare i processi biologici, ma non si era mai riusciti a passare dalla teoria alla pratica, perché mancava lo sforzo finanziario e industriale necessari. Il successo di Biontech, azienda tedesca fondata da due figli di immigrati turchi, così come di Curevac, ha cambiato le carte in tavola”.

La sinergia fra governi e attori privati ha fatto la differenza, dice Landi. “Con un investimento concentrato senza precedenti nella storia dell’umanità da parte di un governo, abbiamo assistito a un vero e proprio boom di queste aziende. Penso a Moderna, che nel novembre 2019 in Borsa valeva 1 miliardo ed oggi ha esponenzialmente aumentato la sua capitalizzazione”. Per di più, “abbiamo sdoganato un metodo finora solo ipotizzato per i vaccini, quello dell’Rna messaggero: funziona, si può produrre”.

Un risultato simile è stato possibile, nota su Repubblica il direttore Maurizio Molinari, anche grazie a un modello di mercato peculiare delle “democrazie più avanzate” e difficilmente replicabile a Mosca e Pechino. “Le biotecnologie mancano a Cina e Russia perché si generano da una miriade di società in competizione fra loro”, ovvero un modello che “contrasta con l’accentramento della ricerca in grandi conglomerati pubblici”.

Qui però, nota Landi, va fatta una distinzione. Perché, al di là dei roboanti annunci, Cina e Russia non sono neanche lontanamente comparabili in termini di ricerca, capacità industriale, distribuzione del vaccino anti-Covid.

“Non c’è dubbio che la Russia abbia una grande tradizione nel campo, l’Urss fu la prima a rendere obbligatorio il vaccino sul vaiolo. Ma la verità è che del vaccino Sputnik V sappiamo molto poco. Sappiamo che è stato sviluppato seguendo lo stesso filone su cui ha scommesso il governo italiano, della ricerca dell’Università di Oxford che coinvolge l’azienda AstraZeneca e l’Irbm di Pomezia. Ha una grande solidità teorica, un po’ meno certezze sui risultati validati. Inoltre, la Russia manca di una capacità produttiva globale”.

Insomma, a ben vedere “appare al momento più come un formidabile strumento di soft power. Non a caso il governo russo ha dato prova di volerne fare un mezzo di solidarietà politica mettendolo a disposizione quasi gratuitamente ai Paesi che lo richiedano, dal Brasile al Medio Oriente”.

I vaccini cinesi, invece, “sono tutta un’altra storia”. È vero, come dice Molinari, che in Cina “c’è un sistema di controllo pubblico diverso dal modello democratico”. Eppure non mancano i numeri per fare seria concorrenza ai campioni euro-atlantici.

“Buona parte di questi vaccini, oggi ce ne sono cinque, è preparata con il metodo convenzionale, rendendo poco attivo o inattivo il patogeno, e non è detto che, sul lungo periodo, non funzioni meglio del metodo Rna”. Inoltre, dice l’esperto, “la Cina è più avanti nella distribuzione. È stato già inoculato a milioni di persone, a cominciare dai dipendenti delle aziende strategiche. Basti pensare che Sinopharm, colosso di Stato, ha già distribuito il vaccino ai dipendenti della sede di Huawei a Città del Messico”.

In definitiva, dunque, la corsa è a due, Cina da una parte e Usa-Ue dall’altra. E sarà il fattore-tempo a decretare chi salirà in cima al podio. “Quando Pfizer ha fatto il primo annuncio sull’efficacia al 94% aveva testato il vaccino su soli 94 volontari. Vedremo i dati sull’efficacia reale solo fra un po’, per l’immunità attiva servono 6-8 settimane. I veri numeri usciranno nel corso del 2021”.