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Oggi, domenica 14 febbraio, nella comunità autonoma spagnola della Catalogna si terranno le elezioni per il rinnovo del parlamento regionale, i cui membri saranno poi chiamati a eleggere un nuovo presidente della Generalitat, il governo catalano.

A quattro anni dal referendum per l’indipendenza di ottobre 2017, e dopo circa una decina di anni di dominio sulla politica locale da parte di partiti e coalizioni che chiedono la secessione dalla Spagna, queste elezioni presentano alcune novità che potrebbero cambiare il quadro politico: in testa ai sondaggi, di poco, c’è un partito non indipendentista, il Partito socialista catalano (PSC), e anche se i rapporti tra la Catalogna e la Spagna rimangono la questione politica più importante, la campagna elettorale non è stata incentrata tutta su un unico tema — anche a causa, ovviamente, della pandemia da coronavirus.

Dalle elezioni del dicembre del 2017, a pochi mesi dal referendum per l’indipendenza, la Catalogna è governata da un’alleanza molto litigiosa di partiti indipendentisti: Insieme per la Catalogna (Junts per Catalunya, o semplicemente Junts), di centrodestra, il cui leader, l’ex presidente Carles Puigdemont, è in esilio in Belgio dopo la decisione dello stato spagnolo di perseguire legalmente i principali responsabili del referendum; e Sinistra repubblicana della Catalogna (ERC), di centrosinistra, il cui leader, Oriol Junqueras, si trova in prigione assieme ad altri esponenti politici con una condanna per ribellione e sedizione sempre a seguito del referendum (Junqueras però ha potuto partecipare ad alcuni eventi di campagna elettorale). La coalizione ha il sostegno esterno di Candidatura popolare unita (CUP), un piccolo partito di estrema sinistra fortemente a favore dell’indipendenza.

Tra il 2018 e il 2020 il presidente è stato Quim Torra, di Junts, che però è stato costretto a dimettersi nel settembre dell’anno scorso dopo una condanna giudiziaria per disobbedienza. Negli ultimi mesi, è stato sostituito ad interim dal vicepresidente Pere Aragonès, di ERC.

Pere Aragonès, a sinistra, e Oriol Junqueras (Cesc Maymo/Getty Images)

In ogni caso, negli ultimi dieci anni i due partiti indipendentisti, Junts (che negli anni ha cambiato nome molte volte e subìto diverse scissioni) ed ERC, si sono contesi il primato sulla politica in Catalogna, spesso in modo molto litigioso ma comunque lasciando poco spazio agli altri, tra cui il Partito socialista catalano (PSC, la formazione locale del Partito socialista), la formazione locale del Partito popolare (PP, di centrodestra) e la formazione locale di Ciudadanos (Cs, di centro). La questione della secessione dalla Spagna, inoltre, ha monopolizzato il dibattito politico, rendendo molto difficile concentrare l’attenzione su qualunque altro tema.

– Leggi anche: Come l’indipendentismo si è mangiato la Catalogna

Se la campagna elettorale del 2021 ha la possibilità di presentare qualche novità è soprattutto grazie a Salvador Illa, il candidato del PSC.

Fino alla fine di gennaio di quest’anno, Illa è stato il ministro della Salute del governo centrale spagnolo e ha gestito la strategia della Spagna contro la pandemia da coronavirus, ruolo per cui è stato a volte criticato ma grazie al quale ha ottenuto una grande notorietà. Alla fine del 2020 è stato scelto come candidato governatore in Catalogna dal presidente del governo, il socialista Pedro Sánchez: la decisione di candidare un personaggio di rilievo nazionale è un sintomo dell’importanza delle elezioni catalane, ma anche del fatto che dopo più di un decennio i socialisti sperano di poter tornare al potere nella regione.

L’ingresso di Illa nella campagna elettorale ha avuto un impatto notevole, tanto che il País ha parlato di un «effetto Illa» che ha dato un certo slancio ai socialisti catalani, facendo arrivare il PSC in testa ai sondaggi, con circa il 22 per cento dei consensi contro il 13 per cento del 2017.

La campagna elettorale di Illa si è concentrata in buona parte sul «voltare pagina sugli ultimi dieci anni che hanno diviso la società» catalana, sulla riconciliazione e sull’andare oltre la questione indipendentista. Illa, come tutto il PSC, è contrario all’indipendenza, ma senza i tratti duri e in alcuni casi autoritari mostrati dagli altri partiti cosiddetti “costituzionali” (cioè quelli che non hanno accettato i risultati del referendum del 2017) come PP e Ciudadanos.

Gli altri candidati di rilievo, che hanno buone possibilità di ottenere la presidenza, sono il presidente ad interim Pere Aragonès, di ERC, un avvocato con una lunga militanza nel partito, e Laura Borràs, professoressa di Letteratura all’Università di Barcellona e assessora alla Cultura del governo uscente. Secondo una media dei sondaggi compilata dal País, Junts ed ERC sarebbero secondo e terzo partito con pochissimo margine di distacco (rispettivamente 20,4 e 20,1 per cento nei sondaggi).

Tutti i candidati durante un dibattito televisivo lo scorso 9 febbraio (TV3/Getty Images)

Il fatto che Illa sia diventato il candidato da battere alle elezioni è stato ben rappresentato nel dibattito elettorale di giovedì sera, che è stato molto duro e durante il quale praticamente tutti i candidati (soprattutto Aragonès e Borràs, ma hanno partecipato nove candidati in tutto) hanno attaccato il socialista. La ragione principale è che Illa ha qualche possibilità, anche se remota, di spezzare l’alleanza indipendentista tra Junts ed ERC.

I seggi nel parlamento catalano sono 135, e dunque per avere la maggioranza assoluta bisogna averne almeno 68. Se si danno per buoni gli ultimi sondaggi, un’alleanza indipendentista formata da Junts, ERC, CUP e da un altro piccolo partito originariamente unito a Junts che si chiama Partito democratico europeo catalano (PDeCAT), supererebbe i 70 seggi. Ma gli ultimi governi tra Junts ed ERC sono stati molto litigiosi, ed entrambi i partiti ripeterebbero l’esperienza soltanto se non ci fossero alternative.

ERC, in particolare, negli ultimi anni ha subìto molto il protagonismo di Carles Puigdemont, e pur mantenendo una posizione favorevole all’indipendenza si è spostata su posizioni più moderate.

Per questo, Illa spera di riuscire a formare un governo convincendo ERC a fare un’alleanza tutta di sinistra, concentrata non più sul raggiungimento dell’indipendenza ma su temi come il contrasto alla pandemia e l’economia. Illa ha dei precedenti dalla sua parte: tra il 2003 e il 2010 la Catalogna è stata governata da alleanze tra il PSC ed ERC. Inoltre, ERC già sostiene il governo del Partito socialista nel parlamento nazionale.

È un obiettivo che sarebbe possibile dal punto di vista dei numeri (sempre dando per buoni i sondaggi) ma che è difficile da raggiungere perché la polarizzazione tra indipendentisti e unionisti si è molto accentuata negli ultimi anni, a tal punto che una piattaforma civica che si chiama Catalani per l’indipendenza negli ultimi giorni ha avviato una campagna per convincere i candidati indipendentisti a dichiarare in forma scritta che «in nessun caso negozieranno la formazione di un governo con il PSC».

Tutti i leader hanno firmato, compreso Aragonès di ERC, ma molti analisti politici sostengono che dopo le elezioni, se le condizioni lo consentiranno, non è escluso che cambi idea.

Un elemento potenzialmente destabilizzante è Vox, partito neofranchista e di estrema destra che ha il 6 per cento circa nei sondaggi e dovrebbe ottenere seggi nel parlamento catalano per la prima volta nella sua storia. Il leader di Vox, l’ultranazionalista Ignacio Garriga, fa campagna per eliminare del tutto l’autonomia delle regioni e ha fatto sapere che sosterrà Illa e il PSC contro gli indipendentisti, cosa che ha messo molto in imbarazzo il candidato socialista.

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