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Altri ostacoli, stavolta sul versante automotive, in quella che si sta rivelando una Cop26 abbastanza zoppicante – almeno a fronte degli obiettivi di partenza. Secondo l’International Energy Agency (Iea) servirebbe cessare la vendita di veicoli a combustione interna entro il 2035 per sperare di raggiungere la neutralità carbonica globale entro il 2050. Ma diversi governi e grandi case automobilistiche stanno mordendo il freno.

Il Financial Times ha anticipato la bozza di un patto globale, in programma per mercoledì, per fermare la vendita di autovetture inquinanti entro il 2035 per i Paesi “leader di mercato” e il 2040 per quelli emergenti. Il documento è limitato ad automobili e furgoni, lascia fuori gli autotrasporti a lunga distanza – più difficili da elettrificare e adatti all’idrogeno – ed esorta i firmatari a “lavorare verso” l’obiettivo.

Nemmeno il linguaggio ammorbidito ha convinto Cina, Usa e Germania, i Paesi che tra dimensioni di mercato e capacità manifatturiera pesano di più sull’industria globale. Le fonti del governo britannico – presidente della Cop26 assieme a quello italiano – hanno detto a FT che i tre Paesi non aderiranno al patto, anche se rimane qualche speranza per l’America di Joe Biden, strattonato tra la volontà di combattere il cambiamento climatico e le resistenze domestiche.

È anche per via della reticenza di questi Stati che Toyota e Volkswagen, i due gruppi più grandi al mondo, probabilmente non firmeranno. Secondo FT il colosso giapponese teme che i mercati come l’Africa e il Sud America impieghino ben di più ad elettrificarsi a dovere. Nemmeno il gruppo Bmw firmerà per via della “notevole incertezza sullo sviluppo delle infrastrutture globali per supportare un passaggio completo ai veicoli a emissioni zero, con grandi disparità tra i mercati”.

Fonti interne a Volkswagen, che pure si pregia di uno dei programmi di elettrificazione più ambiziosi al mondo, hanno detto a FT che parte del motivo è la riluttanza della Cina riguardo all’abbandono del carbone, fonte della maggior parte dell’elettricità cinese. Cosa che si legge tra le righe della posizione ufficiale di Vw: “[…] le regioni che si sviluppano a velocità diverse, contando anche i presupposti locali diversi, necessitano di percorsi diversi verso le emissioni zero”. Il concetto regge: perchè puntare all’elettrico se in realtà si andrebbe a carbone?

Il punto fondamentale è che un’auto elettrica inquina almeno quanto la rete che la alimenta. La spinta verde dei Paesi leader nella corsa alla decarbonizzazione mira a rendere i combustibili fossili meno convenienti dell’alternativa elettrica e costruire le infrastrutture necessarie per alimentare la mobilità sostenibile – centrali di generazione, accumulatori, rete di diffusione, colonnine di ricarica. In questo contesto, puntare alle auto elettriche ha molto più senso (e infatti le grandi case stanno già investendo miliardi in questa direzione).

Tuttavia è difficile aspettarsi che all’infuori dei Paesi leader la transizione sia altrettanto rapida e pervasiva; potenziare la produzione energetica verde ed espandere la rete è, logisticamente ed economicamente, un’opera titanica. La sola mancanza di soldi è motivo sufficiente per dubitare che tali mercati saranno inclini ad abbracciare l’auto elettrica nei prossimi vent’anni. Senza contare le variabili come scarsità di materie prime (dunque le auto più costose) o l’impatto del cambiamento climatico.

Occorre vedere come si svilupperanno gli strumenti come la tassa di aggiustamento del carbonio alla frontiera (Cbam), essenziale per evitare il dumping climatico sotto forma di energia sporca ma meno cara, e quante risorse i Paesi sviluppati indirizzeranno verso quelli emergenti per favorirne la transizione verde. E cosa succederà alle auto inquinanti già in circolazione. Oltre a, naturalmente, la volontà dei grandi inquinatori (Cina in testa) di schiacciare sull’acceleratore.

Però fa ben sperare che altre grandi case automobilistiche – Ford, General Motors, Daimler e Volvo tra tutte – sarebbero favorevoli a firmare il patto, assieme a una serie di governi. Vuol dire che le condizioni per accelerare la spinta verde, sebbene non ovunque, ci sono, e che le ripercussioni positive possono indurre case e Paesi riluttanti a impegnarsi di più. Ora vediamo chi sono i virtuosi e perché possono permetterselo.