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 Che cosa non mi convince di Esterno Notte di Marco Bellocchio. Il corsivo di Francesco Damato

Premetto di essere stato amico di Francesco Cossiga prima, durante e dopo il suo settennato al Quirinale. E di essere stato testimone delle sofferenze procurategli dalla tragica fine di Aldo Moro. Che causò le sue dimissioni da ministro dell’Interno, predisposte in verità anche nel caso in cui l’allora presidente della Dc fosse sopravvissuto alla prigionia nelle mani dei brigatisti rossi. Cossiga si sentiva comunque responsabile “oggettivamente” -diceva- di quell’attacco riuscito del terrorismo allo Stato. A volte sognava di essere stato lui a sparare all’amico.

Una mattina mi trovai in drammatica difficoltà a contenere il pianto di Francesco al Quirinale, scoppiato all’improvviso mentre evocavamo insieme i giorni della detenzione di Moro nella “prigione del popolo”. Così i brigatisti nella fanatica visione che avevano della loro missione di sangue chiamavano il covo dove avevano nascosto e “processato” l’ostaggio per condannarlo a morte.

Non sapevo se e a chi rivolgermi per fermare quel pianto, senza riuscire peraltro a capire bene il senso delle parole che Cossiga pronunciava fra i singhiozzi commentando, in particolare, le tensioni vissute con la famiglia Moro, in particolare la moglie.

ESTERNO NOTTE VISTA DAI GIORNALISTI

Ha forse ragione, per carità, Luca Telese -anche come familiare del compianto segretario del Pci Enrico Berlinguer- ad avere visto su TPI nell’Eterno notte di Marco Bellocchio appena trasmesso dalla Rai un eccesso di “revisionismo”. Da cui Moro sembra risultare “vittima” non del “piombo dei brigatisti”, che uccisero anche lui 55 giorni dopo averne sterminato la scorta per strada, ma del “feroce regime democristiano-comunista-atlantico”. Che lo voleva morto ancor più dei terroristi casualmente o deliberatamente complici, anzi esecutori di un complotto politico internazionale ordito contro il tessitore in Italia di una linea politica che disturbava un mondo esteso dagli Urali agli Stati Uniti, oltre Atlantico.

Ma anche Telese deve rendersi conto che quella tragedia si consumò fra troppi misteri rimasti ancora tali dopo tanti anni anche per la irriducibile indisponibilità dei terroristi via via catturati, processati, condannati e tornati in libertà a raccontare fino in fondo la verità. Cioè a rivelare le complicità di cui ebbero oggettivo bisogno negli apparati di sicurezza per compiere la loro impresa di una potenza molto meno geometrica di quella descritta quasi con ammirazione da certi spettatori politici che se non avevano simpatia per i terroristi, poco ci mancava.

IL CASO ALDO MORO

Ci fu qualcosa, al di là degli stessi fatti indagati dalla magistratura -dalla famosa seduta spiritica riferita da Romano Prodi, per esempio, alle voci sul covo brigatista individuato ma non assaltato, o di quell’altro covo inutilmente segnalato, scoperto alla fine per una perdita d’acqua e risultato la centrale dell’operazione del sequestro- che lasciò sulla tragedia Moro l’impressione torbida di un complotto non internazionale ma tutto interno. E anche di una volontà per niente forte di chiarire in sede giudiziaria e/o politica le responsabilità a tutti, veramente tutti i livelli, senza riguardi per niente e per nessuno.

Si preferì decapitare politicamente il presidente della Repubblica Giovanni Leone, con pretesti non so se più risibili o vomitevoli, solo per avere lui tentato di graziare una detenuta compresa nell’elenco dei “prigionieri” da scambiare con Moro. E non si ebbe un solo istante di esitazione, di dubbio, di scrupolo a far salire al Quirinale, dopo i sette anni di Sandro Pertini succeduto al dimissionario Leone, proprio l’ex ministro dell’Interno che si era assunto con le dimissioni la responsabilità “oggettiva” del sequestro di Moro e della sua fine. Ma già prima del Quirinale Cossiga aveva potuto insediarsi a Palazzo Chigi come presidente del Consiglio e a Palazzo Giustiniani come presidente del Senato.

Vi confesso di essermi sentito profondamente a disagio, a dir poco, nelle sequenze finali di Esterno notte a vedere, dopo le sequenze della prigione, del cadavere di Moro, dei funerali pubblici e privati, il Cossiga autentico, in immagini riprese dal vivo, non quello recitato nel “megametraggio”, come lo ha definito Telese, giurare davanti al Parlamento in seduta congiunta insediandosi alla Presidenza della Repubblica. Sono immeritevole, a posteriori, della sua amicizia? O sono, più semplicemente, un giornalista sconcertato della sua stessa incapacità, in fondo, di avvertire subito l’anomalia, se non l’enormità, di quella scelta? Che fu fatta insieme da Cossiga, accettando, dai suoi colleghi eleggendolo e dagli amici condividendola, compreso il sottoscritto, senza immaginare le distanze che potevano aumentare fra Palazzo e popolo, il cosiddetto establishment e la gente comune.

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