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Questo articolo è pubblicato sul numero 1 di Vanity Fair in edicola fino al 3 gennaio 2023

L’albero di Natale che avete in casa è un guerriero. È probabilmente un abete rosso, una specie che ha radici su questo pianeta da oltre 130 milioni di anni, i suoi antenati hanno convissuto con i dinosauri e se li sono lasciati alle spalle. Un suo parente è l’albero più anziano al mondo, «il vecchio Tjikko», un abete che svetta nel parco nazionale di Fulufjället, in Svezia: Tjikko è più antico del Nuovo Testamento, compirà 10 mila anni tra qualche secolo (umani e crisi climatica permettendo). 

I parenti più prossimi del vostro albero di Natale hanno combattuto la tempesta Vaia, il tremendo vento di scirocco che si è abbattuto sul Triveneto nel 2018, e ora stanno affrontando le infestazioni di bostrico tipografo, un parassita che colpisce i boschi già in difficoltà. Molti sono stati sconfitti, oltre venti milioni di alberi persi nell’Italia nord-orientale, una carneficina, l’11 settembre delle conifere. Quello del vostro salotto viene da un vivaio, magari nel Casentino, in Toscana, o dal Cuneese o dal Bellunese, le Christmas Tree Valley italiane, e per esserci a Natale lì con voi ha affrontato la peggiore siccità degli ultimi anni. Insomma, noi lo vediamo lì, con i regali sotto e la stella in cima, e magari lo sottovalutiamo, per noi è arredamento religioso-vegetale e poco più, ma l’albero di Natale (quello vero e organico, non quello di plastica fatto bruciando combustibili fossili) avrebbe un mucchio di cose da insegnarci. L’abete è uno dei viventi più adattivi e interessanti di questo strano pianeta, è sopravvissuto con successo all’era glaciale e ora sta provando a sfangarla anche nell’era industriale. 

Un baby albero piantato da un operatore della Magnifica Comunità di Fiemme (Trento). L’85% degli italiani ha un albero di Natale in casa, tre milioni scelgono una pianta vera. 

«Gli alberi di Natale sono entrati nelle case degli italiani nel dopoguerra, quando abbiamo smesso di essere contadini e siamo diventati cittadini», dice Antonio Brunori, che lavora per il certificatore forestale Pefc ed è uno dei grandi conoscitori del rapporto tra gli italiani e i loro alberi. «Abbiamo adottato in massa questa tradizione protestante, che ai cattolici non piaceva, perché volevamo tenere in casa un po’ della natura che sentivamo di aver perso lasciandoci alle spalle i campi». Un albero memoria, albero cartolina di un passato che nel frattempo diventa sempre più remoto, oggi solo tre italiani su cento lavorano nell’agricoltura. Quella degli abeti di Natale è una storia agricola molto più che forestale, visto che vengono quasi sempre da vivai e da coltivazioni come quelle di pomodori o arance e mai dal bosco vero e proprio: «Sono lavorazioni agricole minimali e quasi un po’ primitive», dice Brunori, «a quattro o cinque anni di vita gli abeti vengono zollati, messi in un vaso e venduti». I primi ad addobbare le conifere furono i panettieri di Friburgo, in Germania, con mele e pezzi di pane, i primi a farlo per Natale furono i mercanti di Riga, in Lettonia. Siamo a cavallo tra il 1400 e il 1500. Nel giro di un paio di secoli diventa una cosa che i protestanti fanno e i cattolici disprezzano. In Italia diventa un gusto comune molto più di recente, grazie a Margherita di Savoia, regina consorte, moglie di Umberto I e ordinazione più comune nelle pizzerie d’Italia. Fu lei a insegnare questa tradizione nordica alla borghesia italiana all’inizio del secolo scorso: nel giro di qualche decennio l’albero diventa una cosa «che si fa da sempre» e senza la quale non c’è Natale.