370-euro-per-l’affitto-di-casa

La questione “casa” resta l’assillo del governo tedesco e, in particolare, dei socialdemocratici. Le misure prese sino ad oggi sono diverse e, con il passaggio parlamentare della legge di bilancio, la maggioranza ha mostrato quanto il problema casa gli stia a cuore. Tra le novità, l’aumento del Wohngeld, promesso già ai tempi del patto di coalizione. Si tratta di un contributo economico che viene riconosciuto sulla base di alcuni paratmetri, tra i quali reddito e nucleo familiare, per sostenere le spese di affitto e di gestione del proprio appartamento. In pratica, sono soldi che arrivano mensilmente nelle tasche delle famiglie ma che negli ultimi anni, complice anche l’aumento degli affitti e dei costi delle utenza, cominciavano a rivelarsi del tutto insufficienti. Del resto la Germania è stata per anni la terra degli affitti e ancora oggi oltre la metà della popolazione (il 50,5%) vive in affitto. Secondo l’Ufficio di statistica federale oltre il dieci per cento della popolazione spende oltre il quaranta percento del proprio reddito per i costi di casa.

Qui Scholz si gioca probabilmente il cancellierato: dopo l’aumento del salario minimo a dodici euro (con tutti i problemi e i rischi che comporta), il cancelliere punta sulla casa per trasmettere un po’ di serenità e, soprattutto, aiutare le famiglie con contributi diretti, liberando risorse per far fronte all’inflazione e al prossimo anno particolarmente complicato. Al passaggio parlamentare della scorsa settimana la maggioranza ha triplicato le risorse inizialmente previste per il Wohngeld: nella prima bozza del governo si prevedevano poco meno di 900 milioni di euro, sono diventati poco meno di tre miliardi. Il provvedimento ha un costo complessivo di poco superiore ai cinque miliardi di euro, quello che resta sarà coperto dai Länder. Entro fine novembre si concluderà l’esame al Bundestag con il voto finale, poi sarà la volta del voto del Senato federale.

L’effetto si farà sentire: il governo calcola che a beneficiare del contributo non saranno più in seicentomila, come accaduto sino ad oggi, ma quasi due milioni di nuclei familiari, a partire dal primo gennaio 2023. Aumenterà anche l’importo: quello base dovrebbe quasi raddoppiare (aumento di 190 euro per un totale di circa 370 euro) e sarà aggiunta una voce specifica per i consumi energetici, in modo da fronteggiare l’aumento dei costi, oltre al già previsto e in fase di definizione legislativa “tetto al costo del gas”.

Ma non è detto che tutto vada come previsto. Già da tempo si sottolineano i rischi di questa operazione condotta in pochi mesi: aumentare così significativamente la platea dei beneficiari potrebbe portare al collasso del sistema. Che però, fa notare qualcun altro, è gestito dai singoli Länder e, in particolare, dai comuni. E non tutti sono pronti ad affrontare la digitalizzazione che dovrebbe condurre ad abbattere i problemi burocratici e a garantire un’ordinata e ragionevole valutazione delle domande presentate. Si tratterebbe di gestire più del doppio delle domande con lo stesso personale. Ecco perché il rischio è che Scholz annunci la grande svolta del Wohngeld che potrebbe, però, tradursi in una grande delusione perché non è affatto detto che il sistema possa davvero partire per il prossimo anno. Qualcuno maligna che a Berlino pensino di scaricare la responsabilità proprio sui comuni, ma è un gioco pericoloso perché finirebbe col creare solo nuova frustrazione e rabbia.

Indubbiamente, però, la riforma è sensibile e, se dovesse risolvere i problemi della burocrazia e della lentezza della digitalizzazione in Germania, emersa soprattutto durante la pandemia, potrebbe rivelarsi una misura certamente utile. Con la riforma del salario minimo, la Socialdemocrazia di Scholz può così vantare un altro risultato importante, ma l’obiettivo del governo, fino ad oggi in ritardo, è quello di puntare alla costruzione di nuove case, con una grossa percentuale di appartamenti popolari. Così il governo pensa di limitare l’aumento dei prezzi e, contemporaneamente, di evitare fughe in avanti come la richiesta di espropri e il ritorno in mano pubblica di parte del patrimonio immobiliare. Vedremo se le iniziative realizzate e quelle messe in cantiere potranno servire. Forse, però, sarebbe almeno utile pensare a un tetto federale agli affitti, come pensato dalla Città-Stato Berlino nel 2021 e poi cancellato dal Tribunale costituzionale (per un problema di competenza e non nel merito). Se è vero che l’attuale patto di coalizione non lo prevede, è anche vero che dal 24 febbraio la situazione è considerevolmente mutata anche su questi temi.