Sciascia, come me, o meglio io come lui, pensava che il vero protagonista de I promessi sposi non fossero Renzo e Lucia, ma Don Abbondio. È con questo passaggio che voglio ricordare Sciascia e il suo intendere l’impegno.

Nella riflessione sul curato (Leonardo Sciascia. Cruciverba. Torino, Einaudi, 1983):

«Don Abbondio è forte, è il più forte di tutti, è colui che effettivamente vince, è colui per il quale il lieto fine del romanzo è veramente un lieto fine. Il suo sistema è un sistema di servitù volontaria: non semplicemente accettato, ma scelto e perseguito da una posizione di forza, di indipendenza, qual era quella di un prete nella Lombardia spagnola del secolo XVII. Un sistema perfetto, tetragono, inattaccabile. Tutto vi si spezza contro. L’uomo del Guicciardini, del “particulare” contro cui tuonò il De Santis, perviene con Don Abbondio alla sua miserevole ma duratura apoteosi. Ed è dietro questa sua apoteosi che Manzoni delinea – accorato, ansioso, ammonitore – un disperato ritratto delle cose d’Italia: l’Italia delle grida, dei padri provinciali e dei conte-zio, l’Italia dei Ferrer italiani dal doppio linguaggio, l’Italia della mafia, degli azzeccagarbugli, degli sbirri che portan rispetto ai prepotenti, delle coscienze che facilmente si acquietano. Anni addietro Cesare Angelini, dopo più di mezzo secolo di lettura dell’opera si chiese: perchè Renzo e Lucia se ne vanno ormai che tutto si è risolto felicemente per loro? Non seppe trovare risposta.


E pure la risposta è semplice. Se ne vanno perché hanno già pagato abbastanza, in sofferenza, in paura, a Don Abbondio e al suo sistema; a Don Abbondio che sta lì vivo, vegeto, su tutto e su tutti vittorioso e trionfante nelle ultime pagine del romanzo. Dalla vicenda il suo sistema è uscito collaudato, temprato come acciaio, efficientissimo. Ne saggiamo la resistenza anche noi, a tre secoli e mezzo dagli anni in cui il romanzo si svolge e a un secolo e mezzo dagli anni in cui Manzoni lo scrisse».

Del resto chi non trova in Don Abbondio la denuncia completa di quanti vanno a patti con il diavolo, scelgono il quieto vivere, sono forti con i deboli e deboli con i forti, e non hanno nelle faccende pubbliche un cuor di leone?

Un’altra citazione che trovo ineccepibile di Leonardo Sciascia è nel libro Una storia semplice.

«Posso permettermi di farle una domanda?… Poi gliene farò altre, di altre natura… Nei componimenti di italiano lei mi assegnava sempre un tre, perché copiavo. Ma una volta mi ha dato un cinque: perché?».


«Perché aveva copiato da un autore più intelligente».


Il magistrato scoppiò a ridere. «L’italiano: ero piuttosto debole in italiano. Ma, come vede, non è poi stato un gran guaio: sono qui, procuratore della Repubblica…».


«L’italiano non è l’italiano: è il ragionare» disse il professore. «Con meno italiano, lei sarebbe forse ancora più in alto».